Ci sono delle sere, tipo quelle prima della pioggia, come un paio di giorni fa ad esempio, in cui Ferrara mi trasmette un qualcosa di indescrivibile.

Salinguerra II de’ Torelli

Si stabilisce una connessione particolare, unica, un dialogo magico o forse sarebbe meglio dire mistico in cui i quasi duemila anni di storia recente cittadina, come radunati in un campo morfico a parte dotato di intelletto decidessero di dialogare proprio con me.

Una danza di emozioni, un mosaico di immagini e flash di come era Ferrara un tempo quando lui era qui e viveva proprio fra questa strade strette e poco illuminate, rinchiuso nel suo castello.
Guardo il portone del suo palazzo, lo immagino, lo vedo, lo sento, intento ad occuparsi fino a notte fonda degli incartamenti relativi alla sua carica cittadina di Signore.
Lo vedo intento a scrivere corrispondenze indirizzate al cognato Ezzelino, impiegato in mille battaglie per difendere ed espandere la sua marca.
Forse, già a Ferrara si sapeva che i tempi erano alla fine, che si stava per chiudere un capitolo e fra un guizzo di fumo e lo scoppiettìo di un ciocco di legna dentro il grande camino del suo studio, si concedeva un sospiro come per dire: ho fatto quello che dovevo, fino a quando sono riuscito, con tutte le mie forze, vada come vada non ho nulla da rimpiangere ne da rimproverarmi, chissà cosa starà pensando l’Imperatore d questa situazione, chissà se sarà così in pensiero come lo sono io, non era sereno nemmeno qualche anno fa quando lo ospitai qui nelle mie stanze durante la dieta imperiale che si tenne a Ferrara, mah…
Lo vedo alzarsi, di tanto in tanto per andare a osservare la sua bella moglie, nel letto, sotto le coltri a riposare dopo una lunga giornata di lavori per poi passare nelle camere dei figli, anche loro, sprofondati fra le braccia di morfeo.
Li sente al sicuro,quindi ritorna al suo studio, mette un pezzo di legno nel camino e si rimette allo scrittoio, per terminare quella lettera al cognato, alleato d’armi e amico caro. Lo rasserena sullo stato di salute della sorella e dei nipoti.
Vedo il cinquecentesco palazzo odierno trasformarsi, grazie all’aiuto di Ferrara e della mia immaginazione, in un quartiere munito, con torri, guardie e feritoie.
Qualche finestra lassù, ancora accesa, si sente un infisso aprirsi e io lo vedo che si affaccia per prendere una buona boccata di aria fresca prima di coricarsi; osserva verso meridione, verso il fiume Po che scorre con i suoi biondi flutti verso il mare Adriatico, a nemmeno cento metri dal suo palazzo.
Guarda anche verso la città di Bologna da cui viene la sua stirpe e chissà a cosa pensa ancora con quello sguardo un po’ triste, seminascosto da due folte sopracciglia.
Ferrara spesso mi regala questa chicche di immaginazione, diciamo così e me le gusto fino all’ultimo istante, nemmeno fossero finestre spazio-temporali su una mia vita precedente, tanto che allontanarsi poi da queste zone è difficile, ma si deve tornare a casa, la notte che avvolge tutto maschera i miei spostamenti e so che conserverà queste memorie di Salinguerra II per sempre fra le strade ciotolate di via Fondobanchetto, memorie impossibili da cancellare anche se per secoli è stata attuata una politica di ‘damnatio memoria’ nei suoi confronti, le pietre non dimenticano, le anime non dimenticano.
Ad un certo punto, quella morsa mi lascia, quell’abbraccio materno svanisce e riesco dolcemente a riprendere a passeggiare verso la mia dimora, lontana da quell’antico quartiere.
Grazie Ferrara, buonanotte Salinguerra.

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