Questa immagine è molto rappresentativa.
Dice più di mille parole, racconta una storia, narra di quattro generazioni che anche se la prima, ha l’elmetto britannico, lo si può sostituire con quello francese ,tedesco e infine italiano ma rimane il fatto. Il fatto sono milioni di morti, massacrati, mutilati, città e paesi distrutti, scemi di guerra, intere generazioni spazzate via per l’anima del cazzo, lasciatemelo dire.
Mi occupo di Grande Guerra da molti anni oramai; ho camminato nei forti, nelle trincee e in tutti quei luoghi oggi bui, umidi, cupi, silenziosi in cui riposa la memoria dei nostri fanti ed alpini, mi sembrava quasi di vederli la rannicchiati in un angolo a piangere come fossero dei bambini, terrorizzati dalle esplosioni di quel temporale che gli riporta alla mente le cannonate austriache e gli obici Skoda che martellavano con i loro enormi calibri le coperture delle fortezze, spesso arrivando a demolirle con precisione quasi chirurgica. Se oggi ci rechiamo in quei posti, con rispetto, in punta di piedi e con un atteggiamento silenzioso e di ascolto, forse si può avere la fiducia di quelle anime che ancora stanhno lassù. Ho avuto il piacere ed il dispiacere di entrare in contatto con queste realtà; il piacere perchè conoscere la propria storia non può mai essere una brutta cosa, il dispiacere perchè per vivere e capire quelle situazioni occorre una grande empatia e quindi vivere e sentire tutta la disperazione di quei momenti così tragici. Fra il buio, il terrore, un angolo in cui risuona il ticchettio malinconico e ripetitivo del gocciolare di un’infiltrazione, penso che fra quelle mura, in quelle caverne, in quelle lunghissime fosse sepolcrali che erano le trincee è stata massacrata una delle più belle generazioni del XIX e del XX secolo. Ora è tutto così fermo, tace il cannone ma rimbomba ancora nel cuore di chi passa da li, chi si ferma a lasciare un pensiero, una lacrima.
Chi dimentica questo massacro, indipendentemente da che bandiera abbracci, se italiana, tedesca, russa o francese è un deficente, dal termine ‘deficere’ che significa sia una persona minorata sul piano mentale, cognitivo ed intellettivo sia una persona che ‘defice’ di qualcosa, manca di testa. E’ importante non dimenticare quei ragazzi, i loro volti, il loro caldo respiro, i pianti, i pensieri alle madri e alle loro donne che li aspettavano a casa. Quanti di loro non sono più tornati a casa, fulminati sul campo di battaglia da un colpo di fucile o mitragliatrice o disintegrati, polverizzati da una potente salva di cannone. Non dobbiamo dimenticare il loro terrore. Teniamo bene a mente, che loro erano ragazzi come noi. Li penso spesso e sento altrettanto frequentemente un sentimento di comunanza con il loro vissuto. Forse per questo ho bisogno di essere ogni qual volta è possibile nei luoghi della Grande Guerra.