di Medardo Arduino

Domanda: “Umbria, quando è stato introdotto questo toponimo nella geografia centro italiana?” Riconosco che il quesito da cui sono partito sia alquanto curioso ma trovo che solo rispondendo a questa domanda sia possibile ricostruire in maniera più realistica la storia dell’Italia preromana.
Gli esiti delle mie considerazioni basate sui reperti di cultura materiale e sulle condizioni ambientali dell’area dei Pupuni (oggi detti Piceni) correlate alle fonti documentali, mi portano a una diversa ipotesi: la leggendaria popolazione degli Umbri da cui si vuole discendano, secondo letteratura, i gruppi tribali che abiteranno il Lazio e non solo, è stata invece una piccola componente indifferenziata delle genti Pupun, cioè Picene, facenti parte dell’areale multietnico che ha abitato l’Italia centrosettentrionale da sempre e da cui è derivata la cultura Romana.
La disamina delle contrastanti spiegazioni su questo “popolo” che la letteratura ci offre sono varie e variegate, contraddittorie in molte parti, ma hanno alcuni denominatori comuni, non sorretti da prove archeologiche, a mio avviso frutto esclusi vamente di apriorismi letterari e “dotte” opinioni.
Alcuni aspetti salienti delle contraddizioni storiografiche da revisionare sono:

1 – Gli Umbri, come tutte le popolazioni Italiche non sono autoctoni: “arrivano”, scacciati non si sa bene da chi, provenendo da territori indefiniti e si fermano in quel fazzolettino di terra che è l’Umbria odierna scansando Celti, Etruschi e Pupuni. Sono costretti a stanziarsi in una piccola parte dell’attuale Umbria anziché continuare la discesa nello stivale in quanto a ovest sono bloccati dagli Etruschi e ad est dai Piceni.

2 – Da questi Umbri però, anche se pochi e privi di peso militare (se no sarebbero stati loro a scacciare altre genti), si svilupperanno popolazioni centro Italiane nate adulte ovvero Sabelli-Sabini, Osci, Sanniti ecc. che saranno i protagonisti della storia delle origini di Roma.

3 – Gli Umbri, si scrive, hanno una sofisticata lingua che è origine del gruppo delle lingue Umbro-Osco-Sabelliche, ovviamente lingua importata dal Greco anche se non risultano contatti fra l’interno appenninico umbro e i greci appunto; questa lingua si diffonde (in seguito alla espansione dei Sabini), pure nel Piceno e verso il nord-est.

4 – Le città Umbre più connotate archeologicamente sono etrusche: resta libero un territorio minimo e perciò si fanno debordare gli Umbri nel Piceno adriatico anche se nulla attesta questa “discesa”.

5 – Siccome la loro presenza si manifesta quando già esistono culture mature in quell’area, qualcuno addirittura sostiene che gli Umbri arrivano dall’altra sponda dell’Adriatico.

6 – Si scrive anche che questi scendono ulteriormente nella provincia Picena a colonizzare luoghi importanti come Ancona.

7 – Scompaiono dalla scena storica con l’arrivo dei Romani.

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Il massimo delle mie perplessità su queste opinioni, lo dà la contraddizione che dagli “umbri” diventati Sabini, col rito della primavera sacra partano i giovani che daranno origine alle genti Picene (del picchio) cioè salgano a formare quelle stesse genti che però già esistono e sono stanziate nel loro territorio essendo quelli che non consentono agli Umbri in arrivo di scendere sulla costa.

Per le fonti letterarie classiche (quelle scritte, trascritte, rifritte, riscritte e, finalmente, stampate “con l’approvazione dei superiori”) dalla comunità (non uso etnia perché non è correlabile a nulla) degli Umbri nacquero poi le più importanti tribù della storia pre-romana. Questa gente portatrice di cultura non possedeva un etnonimo proprio (forse per modestia) perciò toccò a latini e greci assegnare a questo popolo un nome (la storia si ripeterà con i Longobardi).
Cosa viene attribuito agli Umbri è ricavato da sole fonti letterarie quali Dionigi d’Alicarnasso, Strabone, Erodoto, Plinio (di questo ultimo autore, non si accetta però la frase che mette gli umbri anche in Campania in ossequio forse alle cosiddette opinioni delle autorità in materia). In conseguenza viene etichettato umbro un repertorio archeologico che non ha a mio avviso connotazioni specifiche per essere sostenuto come tale. I ritrovamenti archeologici delle zone interessate dalla presenza degli Umbri evidenziano invece i tratti comuni della cultura centro italica: i reperti sono in prevalenza definiti Etruschi o Villanoviani, e mai accomunati a quelli Piceni o Celti che abbondano nei musei marchigiani, ma di questi ultimi sembra non si voglia mai parlare. Forse il più significativo reperto definito umbro è rappresentato dalle Tavole di Gubbio o Tavole Iguvine.
Esse testimoniano dell’esistenza di una società adulta e articolata nella quale la scrittura rivestiva un ruolo non secondario: doveva necessariamente trattarsi di una popolazione “di leggenti” interessati a essere governati da regole certe. La scrittura delle Tavole di Gubbio presenta caratteri comuni sia alla scrittura greca che a quella etrusca. Non ci sono però elementi per sostenere che questo tipo di scrittura fosse prodotto dalla minima comunità allocata nell’Umbria protostorica. Una prima risposta a questi quesiti ce la può fornire il prof. Giovanni Rocchi che identifica la scrittura delle tavole Iguvine come Piceno-Etrusco Italica (perciò fruita da un ampio spettro di popolazione del centro Italia) e in questo testo legge l’unica citazione antica dell’etimo Umbria, legge cioè l’espressione “ombriien” che sta a significare nel suo contesto “terre dell’interno”, terre in ombra, in riferimento a quelle terre che sul versante orientale dell’Appennino vedono per prime il sorgere del sole. La sostanziale omogeneità dei reperti materiali che ha fatto scrivere ad alcuni storici che gli Umbri sono scesi nel Piceno, invece starebbe a provare il contrario quando liberata dagli apriorismi: l’attuale Umbria null’altro è che un areale della terra dei Pupuni, di cui rappresenta la porzione più all’interno dello stivale.

Questo ridefinisce pertanto il gruppo delle lingue nostrane come Piceno Italico, in ragione della dimostrabile maggior estensione e ricchezza materiale e culturale dell’areale Piceno-Gallico verso quello della Sabina. Come al solito l’aspetto “curioso” degli inviluppi letterari della protostoria centro italiana ignora la presenza attiva degli abitatori (aborigeni?) della porzione più favo-revole alla presenza dell’uomo per caratteristiche ambientali ossia l’attuale territorio delle Marche. Nelle fonti antiche utilizzabili con una cer-ta attendibilità come i Libri Coloniarum, (in cui sono indicate in dettaglio le caratteristiche di partizione catastale dei territori italiani), figurano i nomi di tutte le regioni centro italiane, ma l’ “Umbria” non è citata. Inoltre città o località che per logica avrebbero dovuto essere umbre sono ascritte alla Tuscia o alla regione Picena. Aggrava la questione delle origini delle genti Italiche il fatto che essendo l’archeologia alla sua nascita appannaggio di francesi e tedeschi e del loro nazionalismo romantico, l’evoluzione protostorica Europea e la sua disseminazione sul continente è stata “domesticizzata” alla ricerca di origini transalpine e a questo gli operatori culturali italiani si sono accodati accettando che popoli considerabili aborigeni come i Liguri e i Celti, “arrivino” qui dal profondo nord anziché, come dimostrabile dalla distribuzione anche cronologica dei reperti archeologici, l’esatto contrario.

A questo punto non devo più chiedermi perché la fondamentale presenza della civiltà multietnica di cui fanno parte i Pupuni (familiarizzare con l’antico etnonimo dei piceni non fa male) non compaia nella storiografia post-umanistica scritta a Roma, negli atenei retti da ordini ecclesiastici o approvata da queste autorità. Osservo invece nella nostra storiografia come, dopo qualche secolo di paziente lavoro di censura e deviazione, siano stati rescissi e poi negati i legami della cultura antica con quella della prima Francia alto-mediovale e della prima Neustria (che i diplomi di Rachi e Adelchi riportano coerente con Tuscia, Emilia e con le terre di Spoleto anziché a Le Mans Bretagna).
La prima Neustria come la Francia Salica Picena (oggi Umbria e le Marche) sono nomi da cancellare perché lì erano le proprietà allodiali del Sacro Romano Imperatore e dei suoi magnati, questo per le comprensibili, per quei tempi, “ragioni di stato” del Papa Re che se ne era impossessato.
A questa ragion di stato papalina, che ha perduto ogni motivo di essere con la breccia di Porta Pia, dovrebbe sostituirsi una nuova volontà di ricerca e revisione della mole di documenti sia materiali sia d’archivio per finalmente chiarire quando e chi ha “costruito” i toponimi Umbria e Le Marche (e tutto ciò che da questo discende) per sovrapporli per l’Alto Medioevo a Neustria e Francia, terre dei Franchi Salici legate per tradizioni e cultura ai Pupuni in quello Antico.
I moderni ricercatori storici, quelli che hanno visto crollare ipotesi consolidate da secoli grazie a nuovi ritrovamenti e alle moderne tecniche di archeometria senza per questo fare… seppuku, dovrebbero a mio sommesso avviso affrontare queste tematiche non solo per restituire alla storiografia una maggior aderenza alla vera storia, ma anche rivalutare i cospicui “beni culturali” misconosciuti della nostra regione.

FONTE: La Rucola

Riferimenti bibliografici:

http://www.treccani.it/enciclopedia/umbri/-lettura del 24-12-2015

Blumen Lachmann Rudorff- SCHRIFTEN DER RÖMISCHEN FELDMESSER- Berlin 1848

G.Rocchi -TRADUZIONE TESTO A FRONTE DELLE TAVOLE IGUVINE. P.N.L. 2008

Baudi di Vesme EDICTA REGUM LANGOBARDORUM –Secundum editionem Augustae Taurinorum -Monaco (DE) 1860

Società Pistoiese di storia Patria-REGESTA CHARTARUM PISTO-RIENSIUM-Alto Medioevo- Pistoia 1973

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