img_0798-1Il ” sangue dei vinti ” alla fine della prima guerra mondiale in Trentino. Un capitolo tutto da approfondire.

di Lorenzo Baratter

E’ noto che la fine di ogni guerra comporta soprusi orrendi contro gli sconfitti. E’ il tragico e disumano rito del “sangue dei vinti”.

Al termine della prima guerra mondiale qualcosa di simile accadde anche in quella parte dell’Austria (il Tirolo al sud del Brennero) che fu annessa al Regno d’Italia dopo la sconfitta dell’Impero austro ungarico, come conseguenza degli accordi di pace del settembre 1919.
Finita la guerra decine di migliaia di reduci dell’esercito austroungarico tornarono alle loro case, chi dal fronte meridionale, chi direttamente dai monti del Tirolo dove aveva combattuto contro l’esercito italiano, chi dalla prigionia dei russi.
Una pagina nera, tutta ancora da scrivere, riguarda le prime settimane e i primi mesi e anni che caratterizzarono la nuova situazione nazionale di quel territorio che ben presto il fascismo avrebbe ribattezzato “Venezia Tridentina”. La pressione delle forze politiche nazionaliste e fasciste non fece altro che acuire l’odio contro coloro che tornavano alle loro case dopo avere difeso la loro Patria, l’Austria, ora indifesi sudditi di uno Stato diverso da quello per il quale avevano combattuto.

Pensiamo alla storia, solo in minima parte analizzata, delle centinaia (migliaia?) di reduci trentini dell’esercito austro ungarico spediti in campi di prigionia come quello di Isernia, dove – a quanto riportano le scarse testimonianze – patirono le pene dell’inferno.

Il capitolo della c.d. “italianizzazione forzata” è abbastanza noto: mi riferisco a tutto ciò che fu fatto per cancellare ogni segno dell’Austria, l’epurazione di molti lavoratori del pubblico impiego rei di avere collaborato con il “nemico”, la distruzione dei monumenti, il divieto del ricordo dei caduti in divisa austriaca, il tutto “per favorire la nascita di una memoria istituzionale, stabile e gerarchizzata, fondata sui grandi racconti della mitologia nazionale”, come ha ricordato lo storico roveretano Diego Leoni.

Non è di questo che voglio trattare. Voglio parlare di un capitolo più delicato che riguarda espressamente i casi di violenza contro individui in qualche modo “colpevoli” di essere stati richiamati in guerra nell’esercito del loro Stato (l’Impero austro ungarico) o perché “filotirolesi” o nostalgici della monarchia asburgica.
Ricordo personalmente di avere scorso qualche anno fa le pagine di un ampio volume della Polizia politica fascista, depositato presso l’Archivio di Stato di Trento, nel quale sono elencati migliaia e migliaia di nominativi di trentini schedati in quanto “antinazionali”. Viene subito da chiedersi: che cosa dovettero subire personalmente? Quali pressioni psicologiche, minaccie fisiche o verbali dovettero sopportare?
Una robusta ricerca storica, per quanto complessa e difficile, dovrebbe porre sotto la lente di ingrandimento un periodo che merita maggiore chiarezza, per aiutarci a capire quali furono le perverse dinamiche di quell’epoca e per consentirci di “elaborare il conflitto”, di chiarire definitivamente in modo rigoroso le eventuali responsabilità, di quantificare il fenomeno (che è sicuramente più vasto di quanto non appaia oggi).

Porto un paio di esempi concreti di casi accaduti in Trentino, limitandomi ad un territorio circoscritto alla zona a cavallo tra la val di Fiemme e la val di Fassa.
Oltre a questi casi, esiste probabilmente un insieme più vasto di azioni criminose che con ogni probabilità fu abilmente insabbiato dal regime fascista e la cui memoria non è potuta giungere a noi.
Conosciamo ad esempio il caso di Simone Rizzi (la sua storia è stata narrata da Ivan Pezzei ne “Il Pompiere del Trentino” del dicembre 2001, p. 54).
Simone Rizzi, detto Simon del Faure, era nato a Campitello di Fassa nel 1888. Di professione pittore e decoratore, nel 1914 fu richiamato in Galizia come sergente maggiore dei Landesschützen. Finita la guerra, tornato a casa, ricostituì il locale corpo dei vigili del fuoco volontari, di cui divenne ben presto comandante.

Un giorno di ottobre del 1921 scoppiò un furioso incendio nell’abitato di Vigo di Fassa. Anche Rizzi accorse in aiuto con i suoi uomini. “In quel periodo”, scrive Pezzei, “vi era acquartierato presso l’Hotel Corona di Vigo anche un reparto di finanzieri… Non correva buon sangue tra la popolazione locale e i nuovi occupanti, vi furono anche degli scontri ma soprattutto i finanzieri italiani non vedevano di buon occhio i pompieri locali perché portavano ancora le divise austriache. La mattina del 21 ottobre il Rizzi con i suoi uomini si recò presso l’Hotel Corona per la colazione, all’interno vi erano già i finanzieri e l’aria era carica di tensione. I militari vedendo arrivare i pompieri estrassero le loro baionette, il Rizzi fu il primo ad entrare e si avventarono su di lui ferendolo gravemente”.
Il comandante Rizzi morì all’ospedale di Tesero di lì a poco, all’età di trentatrè anni (“vittima innocente d’un tumulto a Vigo”, scrissero allora gli amici sulla lapide).

Pochi chilometri più in là un altro tragico fatto si era verificato a guerra già conclusa, il 15 novembre 1918. Lo storico Candido Degiampietro ha narrato la vicenda nel suo volume “Briciole di storia, di cronaca e momenti di vita fiemmese”.
Ancora oggi, nei campi tra Cavalese e Tesero, vi è una lapide, dimenticata da tutti. In quel luogo, una fredda notte di novembre, fu assassinato Alberto Paluselli, di Tesero, 33 anni, caporal maggiore dell’esercito austro ungarico.

bandiera-tirolIl Paluselli era stato decorato con la medaglia d’argento al valor militare per le azioni compiute in val di Sole (va precisato che al contrario di quanto sostiene una certa vulgata storiografica, in realtà paiono non certo pochi i tirolesi trentini che parteciparono militarmente anche sul fronte italo/austriaco).
A guerra era finita il Paluselli era rientrato in val di Fiemme. Ben presto arrivarono gli italiani che incalzavano gli austriaci in fuga. Erano gli alpini del battaglione “Feltre”. Il Paluselli, dismessa la divisa militare dell’esercito imperiale, circolava portandosi addosso sui vestiti borghesi – era quasi inverno – il cappotto militare.

La sera del 15 novembre il nostro si trovava presso l’Albergo all’Ancora di Tesero, insieme ad altri reduci, quando entrarono due alpini armati di tutto punto e prelevarono il Paluselli. Si avviarono verso Cavalese. Il suo corpo fu ritrovato la mattina successiva. Solo grazie alla coraggiosa testimonianza di numerose persone di Tesero, l’anno successivo un caporale del Battaglione Alpino “Feltre”, originario della provincia di Belluno, fu condannato a vent’anni di prigione per l’omicidio.
Quelli che ho raccontato sono solo degli esempi, dietro ai quali si ha la sensazione, per non dire certezza, che si nasconda uno scenario di vendette pesanti (omicidi compresi) che contribuirono a creare un clima di terrore nelle decine di migliaia di reduci dell’esercito austriaco e nelle loro famiglie.

Agli storici il compito di fare luce, non per riaprire ferite, beninteso: ma per accertare la verità e ricomporre il quadro di un’epoca che ha così pesantemente stravolto questa terra.


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