di Medardo Arduino

Karl Freiherr vom Stein
Karl Freiherr vom Stein

Il nazionalismo romantico di Karl Freiherr vom Stein finanziatore dell’ MGH alla base della cultura storica del II reich ha prodotto la storia germanizzata dell’alto medioevo.

Con questo breve saggio introduttivo, provo a proporre insieme con il risultato delle mie ricerche sull’evo antico e sull’alto medioevo dell’Italia centrosettentrionale il mio punto di vista sulle ragioni e sui perché la storia altomedioevale così come l’ho studiata a scuola, sembri, anzi sia, piena di assiomi contradditori. Questo come premessa alla complessa tesi con cui mi propongo di tratteggiare un diverso e più coerente esito complessivo.

Il movente delle mie ricerche è stato il constatare che centinaia e centinaia di monasteri e chiese “romaniche” delle Marche, con tipologie costruttive alto medioevali, erano tutte datate dopo il XI sec. perciò la domanda fu: perché delle Marche altomedioevali così ricche di testimonianze di presenza attiva delle comunità monastiche non se ne sa nulla? Nel rispondermi approcciai le ipotesi sulla Francia Picena di don Giovanni Carnevale.

Mi resi conto che per non mettere in discussione la storia dell’alto medioevo come scritta dai loro padri e nonni, la comunità degli storici post romantici ha interiorizzato in vario modo una sostanziale incongruenza adattando ad essa gli esiti che conosciamo. Alcuni aspetti in vario modo accettati sono questi:

1-I Franchi che costruirono il loro sistema di egemonia territoriale chiamandolo “Sacro Romano Impero” sarebbero di origine germanica, ma la loro storia è tutta scritta in latino: lingua che usano in tutte le manifestazioni della loro società dalla poesia agli atti notori, alla religione, alla politica e infine alle disposizioni per gli agricoltori: in pratica la loro linguamadre.

2-I Franchi, seppur di origine imprecisata e confusa, talvolta indicati come “confederazioni di barbari primitivi” si vogliono germanici di lingua germanica, ma la nazione che oggi porta il loro nome non è in terra germanica ed i suoi abitanti parlano orgogliosamente una lingua romanza, da loro stessi chiamata in origine “il romano”.

3-Il territorio frisone olandese che si vorrebbe d’origine dell’etnia prevalente: i Salii, non è mai stato Germania fino a qualche secolo fa. Inoltre i “salici” (aggettivo) si sarebbero fusi già prima dei Pipinidi con i “ripuari”, questo in aperto contrasto col fatto che è la legge Salica e non Franca, ad essere osservata, quella legge che viene emendata da Carlomagno nell’ 803.

Notker di San Gallo
Notker di San Gallo

4-La “Francia” delle origini che compare come nome territoriale sui rari documenti altomedioevali (e perciò esiste), nell’Europa transalpina non ha lasciato il benché minimo ricordo toponomastico, del luogo primevo, anche se si vuole che i Franchi non abbiano mai abbandonato, almeno per tutto il medioevo, i loro territori d’origine, mentre la “Francia” attuale come entità territoriale assume come “regno di Francia” questo nome solo dalla metà del XIII sec. La prima Francia è indicata da Notker di Sangallo nel X sec. come “francia antiqua”.

5-Sono totalmente assenti, sia nella Germania sia nella Francia attuali,non ci sono neppure le fondazioni più profonde, quegli edifici dei sovrani Carolingi descritti in alcuni documenti sufficientemente affidabili come esistenti proprio nella prima Francia.
Oggi potrebbe sembrare impossibile scrivere una storia dell’alto medioevo a favore di una mai provata origine germanica dei Carolingi e di una geografia storica tutta o quasi tutta transalpina, senza robuste, oggettive, pezze d’appoggio di tipo archeologico e archeometrico, ma non lo fu in passato, per una serie di concause favorevoli all’operazione politica di “germanizzazione”dei Franchi che ora tratterò.
Esaminiamo il panorama Europeo nel milleottocento avanzato: ci sono tre grandi blocchi territoriali in apparenza politicamente stabili: il grande impero degli Zar, la nazione Francese e l’impero Austro Ungarico, fra loro i piccoli stati dell’attuale federazione Germanica da un lato e quelli della penisola Italiana dall’altro. Il destino di queste aree parcellizzate in stati regionali è quello di finire abbastanza rapidamente fagocitate da uno o l’altro di questi blocchi. Nella Germania è necessario riunire gli stati in una formazione territorialmente, politicamente ed economicamente più potente. Al cuore dei tedeschi ed agli occhi del resto d’Europa, in pieno romanticismo,occorre anche una motivazione ideologica o meglio occorrono degli ideali nazionali che vengano dalle radici profonde della storia.
A iniziare una storia improntata a questi ideali, ha provveduto, nel primo quarto del secolo, il prussiano Karl vom Stein. che è il finanziatore del progetto Monumenta Germaniae Historica (il ben noto MGH) affidato al Pertz. È con la prosecuzione di questi interventi negli anni successivi, con il più grande investimento in “beni culturali” mai visto, che si costruisce e poi si consolida, in pieno nazionalismo romantico, l’ascendenza ideale di tutte le componenti della nascente “nazione” germanica al grande imperatore Karl der Grosse (Carolus Caroli, sui capitolari).
Quanto ho tratteggiato è una decisa semplificazione finalizzata a spiegare l’esito finale di una vicenda in realtà lunga più di un millennio.
L’origine dei Franchi, secondo le mie ricerche, a cominciare da quella del loro stesso titolo, (per me attributo gentilizio e non nome tribale), poi il loro luogo d’origine ed infine la loro etnia, è molto differente da quanto la storia alto medioevale attuale ci propone. L’origine etnica dei Franchi risalirebbe alla koinè delle etnie Celto Etrusco Picene che hanno popolato l’Italia centro settentrionale già prima di Roma.
Per potervi esporre questa mia tesi, ritengo indispensabile ripercorrere anche le concause “italiane” che hanno permesso ed anche favorito anziché contrastare, l’operazione di “interpretazione orientata” della storia dell’evo oscuro nell’ottocento romantico, operazione dettata dalla ragion di stato Bismarckiana.
Accettate per ora il postulato dell’esistenza della Francia Picena, scoperta da don Giovanni Carnevale negli anni ‘80, ma sviluppata con esiti differenti nelle mie tesi.
Il giro di boa per la storia dell’alto medioevo è quello dell’abbandono della Francia Salica Picena da parte dei tre eredi e nipoti di Carlomagno: Carlo il calvo, Lotario e Ludovico il germanico. Travalicano le alpi con i loro eserciti per litigarsi in armi l’impero del nonno e poi lo dividono in tre parti con l’accordo di Verdun nell’843.
Il trattato originale non esiste più ma ci sono trascrizioni ed in queste non ci sono indicazioni sulla sorte della sola regione antico Picena oggi Le Marche. È intuitivo che i tre nipoti lascino la Francia Salica perché sarebbe stato impossibile risolvere la successione con le armi nel ristretto spazio del Piceno: se ne vanno oltralpe con i loro sostenitori e con una considerevole parte degli archivi imperiali (da cui trarranno i “precedenti giuridici” dei loro editti). Non ci sono indicazioni sulla assegnazione del Piceno perché se ci fossero evidenzierebbero, a parer mio, il vero problema della verità storica negata.
Secondo G. Carnevale la “provincia Picena”, come la indica il Marangoni, era quasi per intero proprietà privata dei Carolingi. In essa sorgevano il palazzo di Pipino il breve, il palazzo reggia di Carlo Magno e, secondo me, vi sorgeva pure la “Basilica chiamata Cappella” fatta costruire da Carlo. La sua basilica fu realizzata ampliando un monastero benedettino costruito sui resti del tempio classico intitolato al dio Apollo Granno presso la fonte sulfurea nella Valle del Chienti, la mitica Aquisgranum. È mia opinione, per il semplice fatto che questa regione fu il luogo d’origine e poi centro decisionale di Carlo imperatore che questa terra non fosse divisibile. In questi casi di non frazionabilità di una parte la si affida ad un amministratore terzo ed il miglior candidato era il Papa. Dopo la morte violenta di Ottone III, il Papa Re ne farà il pezzo pregiato del proprio territorio e ne difenderà il possesso con tutti i mezzi, anche facendo carte false (letteralmente).
La storia della Marche infatti offre più di altre situazioni elementi di fortissima dissonanza se si leggono le storie del periodo che va dal V al XI secolo: ogni autore di un certo peso, che sia antico (generalmente papalino) oppure recente, ha la propria versione con aspetti in contrasto con le altre. La maggiore fra le incongruenze deriva dal fatto che essendo andati a fuoco nelle Marche gli archivi curiali dal V ai XI-XII secc. (con una certa selettività) siamo in assenza di fonti e questo fa scrivere agli storici barocchi che il territorio fu spopolato per qualche secolo dopo il passaggio di Alarico. È opinione diffusa che le Marche abbiano ricevuto il nome dall’essere un territorio di confine, ma non esiste più, per effetto della negazione storica, un solo documento antico su cui leggere che nelle Marche ci fossero dei marchesati: la sola definizione usata dagli storici locali barocchi è “provincia picena” e, riferito però solo ad alcuni punti con cippi di confine, compare su cartule medievali il termine marchje. Che il nome Le Marche sia dovuto al fatto che ci fossero qui (solo qui?) i marchesati di confine non ha riscontri documentali prima della “ipotesi” di suddivisione amministrativa fatta redigere dall’Albornoz nel quattrocento, e mai entrata in vigore se non nei testi degli storici romantici.
La mancanza di “storia che si legge sui documenti”, (mi riferisco agli atti notarili e non alle poco affidabili riscritture anche di quarta mano delle “cronache”) si lega bene colla necessità di negare le testimonianze di una appropriazione formalmente illegale: infatti nella legge Salica emendata da Carlomagno (803) solo il possesso di un documento può validamente dimostrare ogni diritto, altrimenti occorrono da dodici a settantadue testimoni. Tutto questo, se comparato con le notizie sulle dispute anche armate fra gli Enrici ( dal IV al VI) e poi i Federici (I e II) con il Papato per rientrare in possesso del Piceno, mi permette di ipotizzare che, qualunque sia stato il motivo dell’appropriazione, il Papa Re non ha più voluto “restituire” la parte eccellente del suo regno ai legittimi eredi del Carlone. Ha agito di conseguenza cancellando ogni traccia legale dell’Imperiale presenza. L’effetto si può leggere anche su tutti gli edifici di matrice alto medioevale che evidenziano obliterazioni di epigrafi, statue acefale o spezzate e asportazioni di lapidi istoriate, mentre memorie popolari locali che ricordano la presenza dei Carolingi, sono state “con l’approvazione dè Superiori” rielaborate spostando sia le presenze che i fatti all’unico viaggio dell’imperatore alla volta di Roma nel mitico natale dell’800 (viaggio impossibile per le distanze percorse, come si legge negli “annales laurissienses maiores”. Personaggi che la storia locale e la toponomastica vuole stanziati nelle Marche, nomi anche presenti nelle cartule di Pipino il breve, vengono “postdatati” e fatti arrivare in occasione delle discese a Roma dei nipoti di Carlomagno, ma questi viaggi non sono assolutamente documentati.

Questa “negazione passiva” che suona –“non c’era, ci è solo passato un paio di volte”-, è meno pesante della damnatio memoriae che afflisse i militari Franchi di carriera che andarono in crociata lasciando le loro terre “saliche” (che circondavano quelle imperiali) quando al loro ritorno provarono a richiederne la restituzione al Papa.

Federico II di Svevia
Federico II di Svevia

Gli scontri fra Imperatori e Papi per il Piceno si fermano al tempo di Federico II, oltre all’interpretazione politica degli accordi quali il “iuramentum Sutrinum” e la “confoederatio cum principibus ecclesiasticis” non ci sono ovviamente documenti che possano spiegare da un lato il perché delle pretese imperiali sulle Marche e dall’altro la vera pattuizione con lo scambio delle fedeltà di vescovi e conti. Le Marche da questo momento non entrano più, direttamente, nei contrasti politici fra Papato ed Impero, ma l’attenzione ad escluderle da possibili “ritorni di fiamma” si può leggere nell’attività degli storici papalini o dei cosiddetti “copisti” che riscriveranno una gran quantità di documenti, soprattutto quelli dei cronisti o dei loro “continuatori”, con evidenti forzature negli aspetti logistici e degli spostamenti. Giunti al pieno ottocento, l’aspetto “negazionista” della storiografia Vaticana è quanto mai utile alla “germanizzazione” attuata dagli storici dell’MGH che lavorano senza contestazioni soprattutto nella soluzione delle abbreviazioni e nella filologia “forzata” degli antroponimi e dei toponimi da spostare in aree transalpine, producendo il “fenomeno” dei “fulminei” spostamenti dei Papi da Roma ai palazzi dei Re Franchi che si vorrebbero nel profondo nord dell’impero.

Sembra oggi assurdamente ridicolo (anche se assolutamente logico) che il nome Pippin, Pepinus possa essere la semplice forma diminutiva marchigiana “Pippì” o “Peppino” del nome Giuseppe, ma non esiste un rigoroso documentato altro etimo di questo nome, tanto quanto Carolus vorrebbe essere la latinizzazione di Karl nome di incerta derivazione dalla lingua Norrena che come tale non avrebbe alcun nesso ne culturale ne etnico con i Franchi germanici. Come spesso succede però, la continua riproposizione di “autorevoli” opinioni finisce per essere accettata come verità, soprattutto se è solo finalizzata a un voto sul libretto.

Nel milleottocento, dopo la restaurazione, anche la Francia non fu assente al fenomeno di “desiderio di medioevo” del romanticismo. Nel pieno dello spirito nazionalistico e del “grandeur” anche qui si assiste alla “Francesizzazione” dell’alto medioevo, ma non potendo avocare né Aix la Chapelle (Bad Aachen), ne Carlomagno, il focus degli storici francesi si indirizzò alla storia di Carlo martello e di Pipino collegati alla rivalutazione in chiave nazionale, dei primi mitici personaggi quali i Merovingi. In realtà in Francia come in Germania, anche se le vestigia romane dove c’erano sono rimaste come strato archeologico e sono state messe in evidenza, non esiste e non è stato portato alla luce alcun resto delle costruzioni dei Carolingi ,in solida pietra, che nelle descrizioni delle fonti coeve si trovavano in “Francia”, ma questa assoluta mancanza di reperti non ha importanza: si scrive e si accetta l’inverosimile cioè che siano stati i Normanni oppure gli incendi ad eliminare anche la più piccola traccia dei monumenti. In loro vece si esibiscono le “ricostruzioni congetturali” ovvero bei disegni privi di riscontri archeologici oggettivi.

Pipino il Breve - Louis-Félix Amiel (ritratto commissionato da re Luigi Filippo per il museo storico di Versailles nel 1837)
Pipino il Breve – Louis-Félix Amiel (ritratto commissionato da re Luigi Filippo per il museo storico di Versailles nel 1837)

Salvo pochissime eccezioni, peraltro non riferibili a specifici contesti storici di cultura “francese”, l’architettura transalpina in pietra è tutta abbondantemente posteriore al periodo carolingio ed inizia con la stabilizzazione dei due blocchi feudali di differente connotazione linguistica: il Regno dei Franchi Occidentali e il Sacro Romano Impero Germanico, dopo la parentesi della Lotarigia. Secondo la mia ipotesi di rivisitazione della storia antica e medievale, le genti Franche sono in realtà le Gens Celto Picene di tradizione militare che formarono l’èlite delle legioni romane e che da Valentiniano vennero compensate per le loro prestazioni a difesa del limes Renano col beneficio della “franchigia” anziché con denaro: ovvero con la totale esenzione da tributi. Questo beneficio è espresso nei termini del diritto romano, ovvero con l’appellativo “franchi” del quale si fregiarono tutte le successive generazioni, anche dopo il disfacimento istituzionale del tardo impero romano. La tesi fondamentale della mia storia non vedrebbe una sostituzione di etnie nei gruppi militari egemoni nella fase del trapasso dal sistema imperiale Romano Augusteo al Sacro Romano Impero Carolingio. Sono le stesse forze militari di cultura centro italiana che contribuirono alla conquista dell’impero dei Cesari che “si mettono in proprio”per continuare il controllo dei territori pur nelle mutate condizioni socio ambientali. A proposito delle discontinuità causate al sistema socioeconomico e tecnologico sto ora analizzando gli effetti dello tzunami di Creta del 365 d.C.

Un fattore di evidenza, anziché di smentita, è a mio avviso il fatto che nei territori transalpini abbondano nomi di insediamenti uguali o derivati da quelli più antichi nel Piceno e nell’Italia centro settentrionale. È lo stesso fenomeno che indicò Costantinopoli come la nuova Roma o tutti i nomi europei nei luoghi dell’emigrazione nei nuovi continenti.

Franchi e Senoni (entrambi originari delle Marche) infatti, difesero Parigi ed Orleans anche dopo la morte del generale Ezio, e restarono, in quella come in altre zone occidentali dell’impero, a presidiare (anche come agricoltori) i nuovi territori. È ipotizzabile che questi gruppi abbiano mantenuto una continuità con la cultura della madrepatria che si rinsaldò e crebbe con le spedizioni transalpine dei Pipinidi e dei Carolingi, questo fenomeno avvenne in modo marcato nell’ “isola dei Francesi” oggi Île de France. Questa continuità, che costituisce la ragione della persistenza e affermazione delle lingue romanze fino alla loro attualità, viene letta in chiave campanilistica dai Francesi coniando il temine “società gallo romana” che al passaggio successivo si trasforma in “gauloise” e poi tout court in Francese, senza spiegare in alcun modo come i primitivi “franchi” abbiano potuto assorbire, nel breve tempo di un paio di generazioni, tutta la complessità della cultura romana che si evince nei loro documenti già dai primi Pipinidi. Spiegare questo fenomeno unico nella storia del mondo solo con la buona volontà dei chierici amanuensi non regge. Né un comandante né un possidente firmerebbero un documento “rogato e letto” se non sanno capire le frasi del notaio.

Gli assiomi enunciati dalle autorevoli personalità accademiche romantiche vengono però assorbiti sia per spirito nazionalistico sia anche per il numero limitato degli “addetti ai lavori”. La presenza di forti legami fra i regnanti francesi, il clero ed il Papato anche nell’età barocca, facilita le cose e soprattutto sostiene le opinioni dei personaggi di “alta autorità culturale” quando nel tardo ottocento curano le edizioni critiche di testi già scomparsi da lungo tempo. Non mi è capitato, ad esempio, di incontrare analisi storiche orientate alla sociologia e alla formazione delle lingue popolari del cosiddetto “giuramento di Strasburgo” annotato da Nitardo; dove appunto il giuramento è redatto e letto in “romano” per le truppe di Carlo III e “in alto germanico” per quelle di Ludwig. Questo bilinguismo non sarebbe stato necessario se i combattenti (non i Monaci) Franchi e Sassoni fossero stati della stessa etnia germanica.

Nel milleottocento in questi paesi transalpini che necessitano di una forma anche tangibile della presenza Carolingia per “vedere e toccare ” le radici antiche, si costruiscono testimonianze fisiche ricorrendo a differenti soluzioni. In Francia si costruiscono tombe con le effigi dei grandi re e regine dei Franchi, la cui modernità si giustifica come sostituzione di quelle distrutte durante la rivoluzione nell’ultimo decennio del XVIII secolo,per lo stesso motivo, e nella maggior parte dei casi, si scrive la data d’inizio costruzione delle maestose cattedrali “gotiche” omettendo quella della fine lavori che avviene dopo parecchi secoli con tecniche rinascimentali e barocche. In Germania, a Bad Aachen, la romana Aquae poi Aquis Villa con i Carolingi (in Germanico Bad Aachen che tradotto in francese sarebbe una seconda Aix Les Bains, ma la si chiama Aix la Chapelle), viene modificata pesantemente una costruzione più antica addossata alla cattedrale quattrocentesca. Nessuno forse riuscirà più a identificare sotto i rivestimenti in marmi, sotto le nuove strutture ed i mosaici veneziani della sua struttura poligonale, quale o come fosse il mausoleo o cappella in cui il Barbarossa trasferì, o disse di aver trasferito, le possibili ma poco probabili residue spoglie mortali dell’imperatore Carlo, ritrovate, si scrive, “per intercessione divina” ad Aquisgrana.

Don Giovanni Carnevale
Don Giovanni Carnevale

Le mie ricerche che hanno proseguito dallo spiraglio inizialmente aperto da don Carnevale cui deve andare tutta la riconoscenza degli storici italiani futuri se questa “revisione” dovesse prendere piede, mi hanno portato, iniziando dalla collazione delle mille architetture romaniche marchigiane “postdatate”, a seguire in tutte le direzioni la comparazione delle testimonianze di cultura materiale con le fonti originali trascritte disponibili (soprattutto le edizioni antiche messe in rete dalle università americane). Dopo aver constatato l’evidenza di simboli gentilizi e religiosi che si protraggono sul nostro territorio dalle origini pre-romane fino all’età dei Templari, ho visto nei musei archeologici quella che a mio avviso è la ragione prevalente (unita a caratteristiche geomorfologiche ottimali) della ricchezza di questa regione in età largamente pre-romana. Nei musei di minor rilevanza abbondano manufatti in acciaio, soprattutto armi, provenienti da sepolture dove simboli, suppellettili e oggetti di culto appartengono alla cultura Celtica. Le armi in acciaio abbondano nelle necropoli in questa regione più che in ogni altra e rappresentano a mio avviso la ragione prima della ricchezza, per la capacità appunto di forgiare armi col ferro dell’Etruria. Gli altri oggetti che denotano ricchezza quali carri da passeggio di altissima tecnologia ad uso di signore facoltose, ori, avori ed ambra ed infine incredibili quantità di vasellame dalla Grecia, sono a mio avviso testimonianza di benessere e vivacità di scambi commerciali con le regioni a minor tasso di “industrializzazione” piuttosto che dipendenza culturale. I guerrieri Pupuni Nir sepolti con le loro potentissime armi già prima di Roma, possono essere quelli che poi costituirono appunto il nerbo scelto delle legioni romane. Solo in questo caso, ovvero di un forte contributo della numerosa e facoltosa comunità Celto-Etrusco-Picena, è spiegabile come questa Roma ai margini dell’area più ricca dell’Italia antica sia divenuta caput mundi. Termino questa pagina complessa per la complessità e la vastità del tema, con la speranza che, rinunciando agli assiomi, agli apriori, al fatto che “la storia va bene com’è”, qualche ricercatore, come tale sempre disposto al dubbio per professione, voglia confrontarsi con la gran quantità di materiale che ho raccolto e che le mie sole forze non consentono di sistematizzare in modo completo.

Per gentile concessione dell’Autore

Lascia un commento