La cosiddetta “congiura di don Giulio” è uno dei tanti aneddoti, ahimè drammatici, della Ferrara rinascimentale. Siamo agli inizi del Cinquecento e a tenere le redini della signoria è Alfonso I, figlio di Ercole I. Questa vicenda fu un’autentica congiura, in regola con i tempi di allora, animata non tanto da intrighi politici o di potere, come qualcuno potrebbe immaginare, bensì da gelosie d’amore nei confronti di una damigella di corte. Ma come si sono svolti i fatti?
In quest’articolo, nei panni di un detective “storico”, cercherò di ricostruire questa vicenda dai contorni misteriosi e al tempo stesso drammatici, che pochi conoscono ma che fu un tassello importante nella lunga storia della signoria estense. Ma prima, come giusto che sia, occorre un attimo introdurre la situazione che portò a questo fatto (così il lettore può capire meglio) e i personaggi cardini di questa vicenda.

Ferrara, 1505. Ercole I, che nel 1471 era succeduto al fratello primogenito Borso come duca di Ferrara, Modena e Reggio, era morto. Nella sua lunga attività di governo, oltre a consolidare le fortune del casato e svolgere un’accorta politica di alleanze politiche con le altre signorie, promosse un nuovo sviluppo della città (l’addizione erculea), allargando la cinta muraria e creando nuovi quartieri al cui interno edificò grandi palazzi.
Il ducato era passato poi nelle mani del figlio primogenito, Alfonso I Este (1476-1534), uomo più dedito alle armi che all’arte e alla letteratura, che nel 1502 aveva sposato (anche per ragioni politiche) la figlia illegittima di papa Alessandro VI (1431-1503), la bellissima Lucrezia Borgia (1480-1519), quest’ultima reduce da due matrimoni, il primo con Giovanni Sforza e il secondo con Alfonso di Bisceglie.

lucreziaborgiaLucrezia Borgia

Nonostante l’accoglienza dei nuovi sudditi verso la sposa piuttosto tiepida, le nozze con il duca di Ferrara, e i festeggiamenti, si svolsero all’insegna dell’opulenza e del fasto, così come si conveniva a principi di una stirpe tanto gloriosa. Al suo seguito Lucrezia aveva l’altrettanto affascinante cugina Angela Borgia, sua damigella personale, già promessa moglie di Francesco Della Rovere.

Con la morte di Alessandro VI, nel 1503, il fidanzamento tra Angela e Francesco si ruppe, anche perché Isabella Gonzaga, figlia del duca Ercole, aveva proposto al giovane Della Rovere la candidatura della propria figlia, Eleonora.

ippolitoesteIl cardinale Ippolito d’Este

E arriviamo al fatto drammatico della storia.
Per addolcirne la delusione amorosa subita, Lucrezia aveva accolto nel suo palazzo a Ferrara la cugina. Donna bellissima, capricciosa ed eccentrica, Angela aveva fatto girare la testa a tanti spasimanti di corte, tra i quali  due personaggi di spicco della signoria, il cardinale Ippolito d’Este (1479-1520) e Giulio (1478-1561), fratello scapestrato, ma di bell’aspetto, di Alfonso I. La bella damigella, nonostante il perduto amore del cardinale nei suoi confronti aveva però scelto l’altro spasimante, Giulio. Vuole la tradizione che la giovane, in pubblico, dichiarasse «… Val più gli occhi di don Giulio di quanti Cardinali s’accatta». Il nostro amico lettore di certo si sarà fatto un idea dello stato d’animo del cardinale; amareggiato dalla gelosia e risentito per l’affronto subito, promise vendetta nei confronti del fratellastro.

La delizia di Belriguardo
La delizia di Belriguardo

Nel novembre del 1505, sull’ora del mezzogiorno, Giulio, che a cavallo tornava da Belriguardo (luogo dove Lucrezia, e presumibilmente Angela, erano giunte quel mattino), s’imbatté nel cardinale, accompagnato da alcuni suoi scherani. Vedendolo solo Ippolito dette ordine ai suoi di aggredirlo e picchiarlo fino a renderlo quasi cieco. Giulio, colto di sorpresa e impreparato a difendersi, fu pestato a sangue e brutalmente sfigurato nel volto. Il disperato giovane, costretto a portare una benda sull’occhio destro, dopo le prime cure ricevute venne trasferito nelle stanze del Castello del duca. Il cardinale, invece, dopo l’aggressione, si ritirò a Mantova, presso i Gonzaga. Alfonso, preoccupato da possibili ripercussioni politiche e diplomatiche, diffuse presso le varie corti d’Italia, una versione della triste vicenda molto più edulcorata, versione questa peraltro mai creduta da nessuno.

Alfonso d'Este
Alfonso d’Este

All’interno della propria corte il duca, per non privarsi dell’appoggio del cardinale, contro lo stesso Ippolito non prese provvedimenti; anzi pretese, addirittura, che i due fratelli si rappacificassero. Tuttavia la vicenda non finì li.
La mancata punizione al cardinale incollerì Giulio, mostruosamente sfigurato nel volto, suscitandogli un forte risentimento e un odio feroce per l’ingiustizia subita. L’unico mezzo per riscattare il proprio onore era, per Giulio, la vendetta, nei confronti sia di Ippolito sia del duca Alfonso. Il profondo rancore di Giulio verso Ippolito si unì all’ambizione di potere di un altro fratello, Ferrante d’Este (1477-1540).  Fra i due si stipulò l’idea di una congiura contro il duca e il cardinale. Nel frattempo nella città si registravano malumori di corte e di popolo nei riguardi del duca mentre a Roma veniva eletto il nuovo pontefice Giulio II (1443-1513), che non vedeva di buon occhio gli Estensi. L’occasione giusta per attuare il piano di vendetta era finalmente giunta.
Tra i personaggi che presero parte alla congiura, oltre a Giulio e Ferrante, segnaliamo Albertino Boschetti, conte di S. Cesario, Gherardo Roberti di Reggio, capitano di venticinque balestrieri e della piazza di Modena e Franceschino Boccaccio da Rubiera, cameriere di Ferrante.
A causa della loro confusionaria disorganizzazione, ben presto i congiurati furono scoperti dal cardinale; arrestati, confessarono il loro piano, arrivando anche a implorare il perdono del duca.

decapNel settembre del 1506 Giulio, Ferrante e gli altri congiurati furono processati con l’accusa di lesa maestà e alto tradimento. Un mese dopo, nel cortile del Castello i protagonisti della congiura furono condotti sul palco per l’esecuzione. Per Giulio e Ferrante venne, all’ultimo momento, commutata la pena nel carcere a vita, in due camerette poste l’una sopra l’altra nella Torre del Castello detta dei Leoni. Diciotto anni più tardi Giulio e Ferrante ottennero di vivere insieme in una stanza della stessa torre dalla quale potevano osservare, al di là delle inferriate, quanti passeggiavano nella via della Giovecca.
Gli altri congiurati vennero invece condotti sul patibolo e giustiziati.

«… Sabbato 12 detto il Conte Albertino Boschetti, Gherardo de’ Ruberti e Franceschino da Rubiera complici nel tradinento contro il Duca, com’è narrato di sopra sono stati condotti tutti e tre di Castello sopra una carretta con li confortadori in piazza e sopra un tribunale grande, ove si lesse il processo, prima fu condotto Franceschino e mentre era in piedi il manegoldo li legò li occhi con un cendale negro e poi gli diede de una manara solla coppa, e caduto gli ne dette un’altra botta, et incontinenti o tirò con la testa sopra un legno, et gli tagliò con l’istessa manara la testa, e subito sopra un desco che era sopra detto tribunale lo squartò in quattro pezzi, et così fece alli altri dui, prima al Conte Albertino e poi a Gherardo, le teste loro sono poste sopra la Torre della Ragione in cima di tre lanze, e li quarti alle porte di San Giovanni Battista, degli Angeli et di San Benedetto. Li Giudici che hanno dato la sentenza sono Messer Giovanni del Pozzo, uno dei giudici di corte, e Messer Gherardo del Sarasino consultore della Camera Ducale»
(dalla cronaca coeva di Paolo Zerbinati)

Nel febbraio del 1540, dopo trentaquattro anni di prigionia muore Ferrante mentre l’altro fratello, Giulio, dopo essere rimasto in carcere per cinquantatre anni, ormai vecchio, in occasione della proclamazione di Alfonso II a duca di Ferrara, venne liberato. Morirà poi nel 1561.
Oggi, una bellissima ricostruzione a diorama dell’ atto di questa esecuzione capitale, eseguita in piazza a Ferrara nel 1506, la si può ammirare presso il Museo del Modellismo Storico, a Voghenza, nella sala dedicata ai soldatini ferraresi.

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