In mezzo ai giardini di via IV Novembre si erge ancora oggi la statua di un personaggio legato alla storia ferrarese di fine Cinquecento/inizio Seicento ed è papa Paolo V, nato Camillo Borghese (1552-1621), chiamato in maniera confidenziale il Paolone. Questo monumento, opera di Giovanni Lucca Genovese (1618), assieme ai resti di due dei cinque bastioni che racchiudevano la Fortezza (S. Paolo e S. Maria), sta a ricordarci che in passato, in quella porzione ci città, si trovava una grande costruzione militare, la Fortezza, tante volte curiosamente osservata in vecchie stampe o in certe mappe della città, ed oggi purtroppo scomparsa.

Introducendo un attimo l’argomento si può dire che la Fortezza fu il simbolo tristemente riassuntivo della logica oppressiva e dispotica di quel governo della Santa Sede che determinò, il passaggio della splendida città di Ferrara da capitale del ducato estense a città di provincia e presidio di confine ai margini dello Stato pontificio. È proprio in questo contesto che si colloca la costruzione della Fortezza; costruzione che segnò un profondo solco, nella memoria storica della cittadinanza, tale da determinare nei confronti della Fortezza stessa un secolare senso di rifiuto che la porterà nel 1859 (quando Ferrara venne annessa al Regno d’Italia) alla sua quasi totale distruzione. Ma di questo né parlerò più avanti nell’articolo.
Per sapere, caro lettore, come si è giunti alla costruzione della Fortezza occorre tornare al Cinquecento, quando Ferrara era ancora un ducato splendente sia a livello culturale che economico. In effetti si può affermare che la storia di questa macchina difensiva è strettamente legata alle vicende del Po ed in particolare di quel ramo deltizio del fiume che, un tempo ricco di acque, fluiva a sud della città.

Ferrara nell'anno 1597
Ferrara nell’anno 1597

«Laonde Ferrara, per cagione di questo fiume [Po], d’umilissimo borgo ch’era, s’accrebbe tanto, che se la potenza de’ suoi Principi passati non fu a tutta Italia formidabile, fu almeno e pei loro meriti particolari, e per grandezza venerabile, tale mantenendosi fino al punto tangente l’abside supremo della sua maggior grandezza, che fu nell’anno 1522, in cui Alfonso I lasciò indurre se medesimo a tollerare gratuitamente che il Reno fosse immesso nel Po: di modo che perduti li suoi commercii estesissimi, de’ quali grandissima si è fatta Venezia, essa indebolendosi ognora maggiormente, vassi riducendosi verso la sua fine».
In questo efficace profilo tracciato da Giovanni Battista Aleotti (1546-1636), nel discorso Dell’ interrimento del Po di Ferrara e divergenza delle sue acque nel ramo di Ficarolo, pronunciato nel 1598 al cospetto di Clemente VIII, sono evidenziati gli aspetti più notevoli del mutamento idrologico della città, che colpì, sin dal terzo decennio del Cinquecento, l’economia e che sarà anche la naturale premessa alla costruzione della sua Fortezza.
Dopo una lunga contesa tra Ferrara, Bologna e Ravenna per la regolazione dei fiumi, nel 1522 Alfonso I d’Este (1476-1534) permise l’introduzione del Reno nel ramo del Po che dalla Stellata scendeva presso le mura a sud di Ferrara. L’immissione delle acque torbide del Reno alterò notevolmente le caratteristiche del suddetto ramo del Po, che da allora cominciò a creare grossi problemi: l’alveo si alzò a dismisura facendo perdere il beneficio della navigazione del Volano e del Primaro lungo i quali, un tempo, giungevano navi dall’Inghilterra e dalle Fiandre che solevano scaricare le loro merci. Con le sue inondazioni il fiume allagava le campagne; di conseguenza l’insalubrità dell’aria, dovuta alle inondazioni, portò la gente ad abbandonare quella zona. Le fortificazioni della città – a quel tempo importantissime e famose – essendo sensibilmente diminuita la portata delle acque, vennero private dell’’importante protezione del fiume e quindi vulnerabili. Per far fronte a questa carenza difensiva Alfonso II d’Este (1533-1597), successore di Ercole II, decise di erigere, in tempi diversi, nuovi baluardi a difesa sostitutiva. Affinché il lettore possa comprendere elencherò in maniera cronologia i vari interventi ordinati dal duca.

  • 1563: costruzione di un baluardo in prossimità della Porta di San Giorgio;
  • 1578: ingrandimento del baluardo dell’’Amore;
  • 1582: erezione di un nuovo baluardo tra le porte di S. Pietro e di S. Agnese;
  • 1583: realizzazione di un altro baluardo in difesa della Porta di S. Agnese e, nello stesso tempo, il rivestimento in muratura di quello di S. Antonio;
  • 1585: inizio dei lavori di un baluardo tra le porte di S. Paolo e della Gusmaria; quest’ultima venne abbandonata per realizzare, qualche anno dopo, nuovi e ben più ampi ripari al di là del Po, nei borghi di S. Giacomo e di S. Luca.

Preoccupato dalla vulnerabilità della parte sud-occidentale della città il duca Alfonso II, probabilmente, incaricò nel 1585 l’Aleotti di risolvere il potenziamento difensivo di quella zona. Come attestano tre disegni, oggi conservati presso l’Archivio di Stato di Modena, l’Aleotti suggerì l’inserimento di una fortezza nell’angolo sud-ovest del sistema difensivo della città.
Caratteristica saliente di questo progetto è che la struttura proposta si componeva di due settori, a cavallo del fiume, la cui ampia portata lascia trasparire il desiderio del progettista argentano che il Po di Ferrara tornasse ad essere navigabile. La realizzazione di questa presunta “fortezza” presupponeva in particola modo un parziale sventramento dell’’antico Borgo Superiore. Tuttavia la tradizionale sensibilità degli Estensi per le questioni urbanistiche ed il loro stretto legame con la città, fece optare per una soluzione meno traumatica di quella allora suggerita. Adeguandosi ai precedenti studi dello stesso Aleotti e di Cornelio Bentivoglio, Alfonso II decise di realizzare nel solo settore oltre il prosciugato alveo del Po, verso sud, un sistema di quattro baluardi.
Tali ripari in terra, iniziati nel 1589 e rivestiti con murature a partire dal 1592, non vennero mai terminati a causa della scomparsa del duca. L’idea di costruire in questo luogo un fortilizio venne accantonata dagli Estensi; verrà ripresa non molto tempo dopo, quando il ducato di Ferrara passerà sotto la dominazione pontificia.

Cesare d'Este ritratto da Cesare Aretusi, 1598
Cesare d’Este ritratto da Cesare Aretusi, 1598

Alla morte del duca Alfonso II d’Este, il 18 ottobre 1597, la Santa Sede, mancando una successione diretta e non riconoscendo Cesare d’Este (1562-1628) legittimo successore della casata, in quanto figlio di Alfonso di Montecchio (un figlio naturale di Alfonso I), attraverso una clausola della Bolla Prohibitio alienandi et infeudandi civitates et loca Sanctae Romanae Ecclesiae (emanata da Pio V nel 1567) fece valere i suoi diritti sul possesso della città estense.
Dovendo far fronte ad un diffuso malcontento, derivante dalla gravosa politica fiscale imposta da Alfonso II, Cesare non poté mettere in atto seri tentativi per mantenere il ducato. Oltre a perdere buona parte dei suoi “sostenitori” cittadini, lusingati dalle promesse fatte dal clero locale e desiderosi della fine della Signoria, Cesare incontrò anche la decisa avversione del duca di Mantova e di Lucrezia d’Este, duchessa di Urbino.
La disputa trovò soluzione nella Convenzione faentina, un documento stipulato il 12 gennaio 1598: tale accordo permise che, assieme a Ferrara, passassero sotto il dominio della Santa Sede anche Comacchio e la Romagna. Il 28 gennaio dello stesso anno, dopo quattro secoli di Signoria estense, Cesare d’Este lasciava per sempre Ferrara per trasferirsi, con la famiglia e la corte, a Modena. Il giorno successivo il cardinale legato Pietro Aldobrandini (1572-1621), nipote di Clemente VIII (1536-1605), faceva il suo ingresso in Ferrara. Qualche giorno dopo anche l’artefice dell’’ingloriosa fine della Signoria, ossia il pontefice, si apprestava ad entrare in città.

Per Ferrara iniziava così un lungo periodo di soggezione allo Stato pontificio che durò circa due secoli e mezzo. Da principale centro della cultura e della raffinatezza rinascimentale, tanto da competere con le altre corti italiane e le monarchie europee, divenne una comune città di provincia posta al confine dello Stato pontificio.
Gran parte delle attività produttive, presenti nella città estense, erano scomparse, molta gente aveva abbandonato la città e i tanti oggetti d’arte, come quadri, sculture, mobilio ecc … andarono dispersi. Le Delizie, un tempo luoghi d’incontro di intellettuali, musicisti e poeti, caddero in volontario e rapido abbandono.
Nel suo prolungato soggiorno, il papa poté formarsi un quadro preciso, tanto della situazione socio-politica, quanto dello stato delle difese della città. Essendo antiquate ed inadeguate a sopportare l’attacco dei nuovi mezzi bellici, Clemente VIII, anziché ristrutturare l’intero sistema bastionato, optò per la costruzione di una fortezza che si sarebbe dovuta erigere nello stesso luogo individuato nel 1585 dall’Aleotti.
Più che garantire un rafforzamento delle difese urbane, questa presunta fortezza aveva la finalità di rappresentare uno strumento di dominio militare e politico del papato su Ferrara. Questa finalità la si può comprendere dalla volontà del papa di cancellare alcuni simboli della storia cittadina come la Delizia del Belfiore e Castel Tedaldo di cui, quest’ultimo «tanta parte ebbe nelle vicende de’ tempi di mezzo (AVVENTI, Storia cronologica delle fortificazioni delle mura e della fortezza di Ferrara, 1854)».
La decisione di Clemente VIII di costruire una fortezza come quelle di Anversa, Torino e Parma, essendo alquanto inspiegabile, in un epoca, quella, di non evidente crisi militare, risultò in stridente contrasto con le valutazioni espresse da politici e ingegneri più illuminati di quel tempo. Niccolò Machiavelli, nei sui Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio sostenne che «quel principe o quella republica che ha paura de’ sudditi suoi e della rebellione loro, prima conviene che tale paura nasca da odio che abbiano i suoi sudditi seco; l’odio, da’ mali suoi portamenti; i mali portamenti nascono o da potere credere tenergli con forza, o da poca prudenza di chi gli governa: ed una delle cose che fa credere potergli forzare, è l’avere loro addosso le fortezze … (Libro II, Cap. 24 “Le fortezze generalmente sono molto più dannose che utili”)».
Tra gli ingegneri, Francesco De Marchi (1504–1576), nel suo trattato Della Architettura Militare scrisse che «si può vedere per molti Prencipi, li quali godeno le loro Città e i Stati pacifici, che da poi haver fatto le fortezze, e fortificate le loro Città, hanno causata la loro rovina: perché i Popoli hanno sempre, che ‘l fare delle fortezze non sia la loro carcere, come sogliono essere il più delle volte … il far delle Fortezze alle città ò luoghi, quali sogliono vivere libere, causerà la malivolenza delli popoli, e sarà causa alli macchinatori a disponersi di tor la vita, la robba, e l’honore in una volta …»

Fino ad ora abbiamo visto le motivazioni che spinsero il pontefice, Clemente VIII, ad erigere una fortezza nella parte sud-ovest della città estense. Tuttavia viene da chiedersi come mai, per realizzare quest’opera imponente, venne perpetrato un vero scempio architettonico attraverso l’abbattimento di chiese trecentesche, vari palazzi privati e degli Este e persino dell’isola di Belvedere? In effetti la stessa opera poteva essere realizzata nella stessa zona esternamente alla parte già edificata senza perdere alcun vantaggio.
Non si ha una risposta certa. È certo, invece, che il pontefice, incurante dei malumori e dei sospetti suscitati da questa sua impopolare decisione, decise «di piantare questa Fortezza con incredibile spesa, e demolizione, e rovina di Edifici pubblici e privati (C. UBALDINI, Storia di Ferrara dall’anno 1597 a tutto l’anno 1633)».
L’ampia spianata, iniziata sotto Clemente VIII, conobbe una veloce realizzazione; nel 1608 vennero gettate le fondamenta dell’’enorme fortilizio. Sotto il pontificato di Paolo V (1552-1621), nel 1618, venne ultimata la Fortezza, considerata «ben intesa, et inespugnabile», realizzata con tutti gli accorgimenti bellici difensivi ed offensivi più moderni.

Pianta Fortezza pontificia
Pianta Fortezza pontificia

Venne realizzata a pianta stellare con cinque vertici formati da bastioni a pianta pentagonale aventi due facce spezzati in due tratti  e una gola aperta verso l’interno. Di tali bastioni quello di S. Maria era stato costruito da Alfonso II mentre gli altri quattro vennero costruiti ex novo.

All’interno del fortilizio, seguendo l’andamento della pianta, si trovavano le caserme, i depositi, le polveriere, un ospitale (ospedale) e anche la chiesa e l’abitazione del castellano. La chiesa, a pianta rettangolare, progettata dall’Aleotti, una volta terminata venne dedicata all’Annunciazione di Maria sempre Vergine, come dicono le parole incise sopra l’ornato di marmo della Porta Maggiore. Alla Fortezza si poteva accedere attraverso due porte munite di ponti levatoi. La porta d’ingresso, o Porta Maggiore, era rivolta verso l’interno della città mentre la Porta del Soccorso verso la campagna. Il centro della cosiddetta Piazza d’Armi era occupato da una grande statua marmorea, raffigurante papa Paolo V, rivolta verso la città in segno benedicente (della statua parlerò in un altro articolo).
Ulteriori opere di completamento del sistema difensivo della Fortezza vennero eseguite nel 1628, sotto papa Urbano VIII, nato Maffeo Vincenzo Barberini (1568-1644). Nel 1630 Giunipero, un frate cappuccino, giunse a Ferrara con l’incarico di ampliare la spianata: con questa azione vennero distrutti altri edifici e luoghi di culto come l’antichissima chiesa dei Servi. Intanto però la gloriosa storia della Fortezza stava giungendo alla sua conclusione.
Con l’avvento dell’’era napoleonica, finì il tempo delle difese limitate ai nuclei urbani mentre iniziò quello dei grandi sistemi difensivi territoriali. Nel 1805, con la proclamazione della costituzione del Regno d’Italia, Ferrara diveniva capoluogo del Dipartimento del Basso Po. Nello stesso anno si decretò lo smantellamento della Fortezza: vennero fatti saltare completamente i bastioni di S. Maria e S. Paolo e parzialmente i rimanenti.
Resa oramai inservibile venne temporaneamente abbandonata.
Con il Congresso di Vienna del 1815 Ferrara tornò sotto l’autorità del Papato ma solo brevemente. Nel frattempo la Fortezza venne occupata da una guarnigione austriaca. Con le sconfitte austriache di Montebello, Palestro e di Magenta, la Fortezza venne abbandonata definitivamente dagli ultimi soldati austriaci della guarnigione.
Il 22 giugno del 1859, con la caduta del regno pontificio, si insediava a Ferrara un governo provvisorio che, per volontà popolare, ordinò la demolizione di quel “simbolo di tirannide e oppressione”. Solo i baluardi di Santa Maria e San Paolo, ancora oggi visibili, vennero risparmiati. Lo smantellamento della Fortezza finì nel 1865; successivamente venne realizzato il congiungimento con le mura cittadine costruendo una cinta muraria rettilinea.

Siamo giunti alla conclusione di questo articolo.

Una vetrina del Museo del Risorgimento di Ferrara
Una vetrina del Museo del Risorgimento di Ferrara

 

Una vetrina del Museo del Risorgimento di Ferrara
Una vetrina del Museo del Risorgimento di Ferrara

Oggi, a testimonianza dell’’imponente fortezza, oltre ai due baluardi e alla statua di Paolo V, rimangono vari reperti originali conservati all’interno del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara.
Detto questo, abbiamo visto in quest’articolo come la vicenda della Fortezza pontificia rappresenta una parte triste della storia di Ferrara che, con la Devoluzione alla Chiesa, perse il ruolo di centro artistico, che nel Quattrocento era stato un punto di riferimento per le corti italiane ed europee. In questa mia lunga scheda, forse un po’ intricata ma spero interessante per il lettore, ho cercato soprattutto di evidenziare gli aspetti storici di questa imponente struttura, attraverso i protagonisti di questa vicenda e le fonti di vari autori, alcuni ferraresi, come Faustini, Barotti, Scalabrini, Frizzi, Avventi e Cittadella.

Continua…

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