Puoi far finta che non esista, operare un rigoroso fact checking o consigliare, senza sapere nulla di preciso, come e chi chiamare in caso di aiuto. Qualunque scelta tu possa compiere, sia che tu sia un blogger, un giornalista o un genitore sappi che non è priva di conseguenza e non è detto che sia giusta. La lezione di Blue Whale è anche questa. Se si gioca con regole nuove, servono anche strumenti nuovi.

Questo scrive il giornalista Luca Tremolada in apertura del suo articolo “Blue Whale e l’effetto farfalla” apparso online sul “il Sole 24 ore” del 29 Maggio. (LINK)

Naturalmente è una overture da brivido, perché a tutti gli effetti ci troveremmo di fronte a un fenomeno di portata sconosciuta che minaccia in modo reale la salute e la vita di tutti gli adolescenti “connessi”. Adesso questo pericolo sembra arrivato anche in Italia e dobbiamo farci i conti.
Ovviamente, come dice Tremolada, il rischio di fare o dire la cosa sbagliata è alto quanto il non agire in nessun modo. Pertanto, più che per il dovere di cronaca, mi assumo la responsabilità di affrontare questo argomento perché credo che l’informazione possa avere una valenza positiva se fatta in modo pulito, scevro da giudizi affrettati.

Vale la pena, quindi, partire dall’inizio.

Che cos’è Blue Whale?

A tutti gli effetti, almeno finora, la risposta a questa domanda è basata su congetture, perché le prove concrete (la pistola fumante, per dirla in altri termini) non ci sono. Quello che abbiamo sono un numero di adolescenti morti suicidi e le circostanze sospette che li hanno portati a quel gesto. Bisogna per forza appoggiarsi a ipotesi, a testate giornalistiche autorevoli che ne hanno già parlato e a personale della Polizia e della Polizia Postale da loro intervistato.

Il nome scelto per identificare questo fenomeno, anche se non si sa da chi, è correlato allo spiaggiamento delle balene. Infatti, una volta si interpretava questo spiaggiamento come una sorta di suicidio deciso dai grandi cetacei, ma in verità è tutto molto più ovvio, come spiega Rainews.it: (LINK)
gli imponenti cetacei per diversi motivi possono finire per spiaggiarsi sulle coste con il rischio di non essere più in grado di rientrare in acqua, finendo quindi a morire per asfissia e disidratazione. I biologi hanno riscontrato che il fenomeno riguarda spesso gruppi interi di balene, in quanto può capitare che l’intero branco smarrisca la via, oppure nel tentativo di soccorrere un singolo esemplare in difficoltà altri incappino poi nello stesso pericolo.
Quindi, malgrado il presupposto sia sbagliato, questo nome è rimasto e probabilmente ha anche un senso, perché è qualcosa di accattivante, persino rassicurante. Un modo perfetto per innescare la curiosità.

Ciò che sappiamo con un grado di certezza piuttosto alto è che il Blue Whale sarebbe nato in Russia, su un social network molto comune tra gli adolescenti, il VKontakte, e che la prima vittima sarebbe proprio russa. Rina Palenkova, di 16 anni.

Blue Whale è stato definito erroneamente un gioco, ma non è niente di tutto questo. È una sfida e ne ha le caratteristiche. Questo è uno dei motivi che lo rende estremamente pericoloso tra i giovani, portati a emulare e a fare della sfida un concetto di appartenenza e di crescita. Tutti noi siamo passati per quella fase adolescenziale ed è noto quanto si possa essere influenzabili.

Ma cosa fa esattamente Blue Whale?
È un sistema che consisterebbe in circa cinquanta prove che comprendono l’autolesionismo, l’ascolto di suoni sgradevoli, la visione di film horror nel cuore della notte, la privazione del sonno, salire su palazzi molto alti, fino all’automutilazione vera e propria. La prova finale sarebbe il suicidio.

Tutto questo aberrante programma, però, potrebbe avere una o più “menti”.

La probabile genesi e le possibili motivazioni

Dietro a ogni cosa c’è un’idea. E dietro a ogni idea c’è una persona e qualcosa che la motiva, per quanto sbagliata.

Nel servizio del 29 maggio scorso di Rainews.it a cura di Marc Innaro, corrispondente da Mosca, “Blue whale”, il gioco della morte inventato da Philip Budeikin: identikit di un serial killer” (LINK), viene presentato quello che sarebbe il creatore di questo assurdo fenomeno.

Philip Budeikin è un ragazzo di 21 anni che viene definito “difficile”, un carattere introverso che dopo aver frequentato per tre anni la facoltà di psicologia avrebbe trovato nella tecnologia informatica e in internet le sue valvole di sfogo. In una intervista rilasciata alla Novaya Gazeta circa due giorni prima di essere arrestato ammette di aver creato, inizialmente più per gioco, il suo gruppo sul web, f57.

Sarebbe questo il nome originale di Blue Whale.

Budeikin dice di aver deciso il concept e le tappe da seguire di questo sistema e di aver capito che era un modo per separare la gente normale da quella che definisce “immondizia biologica”. In buona sostanza, parrebbe di capire che chi segue il “gioco” fino alla fine è la gente che non merita di vivere, mentre quelli che non arrivano alla fine, o che addirittura nemmeno cominciano, sono quelli “normali”.

Budeikin sostiene di fare tutto questo perché convinto di fare un servizio utile all’umanità. “Io sto ripulendo il mondo da questa gente” dice nell’intervista.

Quindi, ancora una volta, se tutto ciò fosse confermato dalle autorità russe che lo hanno arrestato nel novembre scorso per istigazione al suicidio, l’idea di un folle che vuole attuare una perversa selezione tra gli individui.

Ma è chiaro che c’è una domanda: è tutto vero o è semplicemente un mitomane? Difficile rispondere. Ed è difficile anche essere sicuri che sia stato davvero questo “sistema” a determinare i suicidi avvenuti dopo la creazione di f57.

Sull’articolo de Il Post del 17 maggio “Cosa sappiamo del Blue Whale senza allarmismi inutili” (LINK) viene riportato quanto segue: “In Russia la percentuale di suicidi tra adolescenti è tre volte più alta della media mondiale: negli ultimi dieci anni i giovani tra i 15 e i 19 anni a suicidarsi sono stati intorno ai 1500 all’anno.”

Sono dati che fanno riflettere e che mettono a dura prova le parole di Budeikin riguardo alla sua diretta responsabilità sul numero dei morti dalla creazione del suo gruppo in poi, ma generano anche altre domande.

C’è qualcun altro dietro al presunto fenomeno? E che interessi ha? È solo un evento isolato, un trolling o cos’altro?

La diffusione e le manovre per fermare la Balena Blu

Le notizie su quanto questo fenomeno si stia diffondendo sono imprecise. Il servizio di Rainews.it citato in precedenza riporta che Brasile, Francia e Inghilterra sarebbero già state raggiunte.

A questo proposito su iodonna.it del 25 maggio un servizio dedicato (“Che cos’è il Blue Whale, il nuovo incubo sui Social che colpisce i ragazzi, e come difendersi”) (LINK)riporta anche un’intervista a Fabiola Silvestri, dirigente del Compartimento Polizia Postale e Comunicazioni, che dice:
Ogni volta che le tracce ci spingono oltre confine diventa fondamentale il coinvolgimento degli organi di polizia all’estero. Ci avvaliamo degli strumenti, ben collaudati, della cooperazione internazionale di polizia, in primo luogo Europol ed Interpol. E direi che va sottolineata la frequente proficua collaborazione che intratteniamo direttamente con i gestori delle principali piattaforme online (social network, providers, Instant Messaging Services, ecc…)

Quindi, malgrado appaia come un fenomeno isolato, la prevenzione e l’attenzione che si sta attivando è altissima. La dirigente Silvestri sottolinea anche quanto sia importante non abbassare la guardia, anche e soprattutto da parte dei genitori dei ragazzi, cercando di monitorare non solo i loro movimenti sulla rete, con gli strumenti di controllo adeguati, ma rimanendo attenti a cogliere tutti quei segnali che potrebbero far capire che qualcosa non va.

L’età adolescenziale è particolarmente sensibile, sottoposta a molti stress dovuti al cambiamento del corpo, ma anche della mente ed è facile che possa scivolare in qualche tipo di manipolazione. Nonostante non si abbia ancora l’assoluta certezza che Blue Whale (o f57 che sia) possa essere responsabile dei molteplici decessi segnalati, è una questione su cui non si può e non si deve soprassedere.

Il colloquio e l’apporto informativo anche della scuola sono necessari affinché si possa evitare una ricerca, da parte dei ragazzi, di informazioni maggiori, per curiosità o per emulazione.

E in Italia?

Nel nostro paese ci sono stati diversi casi che potrebbero essere riconducibili a questo perverso sistema di istigazione al suicidio. Soprattutto grazie al programma televisivo de Le Iene (andato in onda il 14 maggio) si è cominciato a parlare di Blue Whale e della minaccia che potrebbe costituire.

I conduttori e la redazione del programma in un primo momento sono stati anche accusati di voler montare un caso dove non c’è, creando una fake news. Dopo una settimana il programma ha risposto con un’intervista a Elisabetta Mancini, Primo Dirigente Polizia di Stato – Direzione Anticrimine, che ha confermato l’esistenza del problema e l’attenzione che le forze dell’ordine hanno attivato per monitorarlo, chiedendo anche l’aiuto di tutti i genitori, degli amici, delle autorità scolastiche e sanitarie.

Conclusione.

Ho usato per tutto l’articolo, consapevolmente, il condizionale. L’unica certezza che abbiamo è che in Russia almeno 157 ragazzi tra i 9 e 17 anni si sono tolti la vita, e molti altri ci hanno provato, fortunatamente fermati prima. In Italia abbiamo solo una vittima e pochi altri casi in cui non si è arrivati all’ultimo gesto fatale. In altri paesi, già segnalati in precedenza, ci sono state vittime.

Che dietro a tutto questo ci sia una regia specifica appare più di una supposizione e sicuramente le autorità dei diversi paesi stanno facendo il possibile per indagare e stanare i presunti responsabili.
Le certezze che abbiamo è che questo f57, Blue Whale, esiste. Se sia davvero responsabile di questa ondata di suicidi o ci sia dell’altro che ancora non è stato scoperto verrà alla luce, prima o poi.

Il nome di Budeikin è stato fatto, scritto e, come riportato più sopra, esiste una sua “confessione”. Se si tratti di un mitomane, di un folle o di altro, non lo sappiamo. Ma se dice il vero, di certo non può essere l‘unico.

Qualsiasi cosa ci sia di vero o di falso quello che non possiamo fare è lasciare che il silenzio avvolga questo presunto fenomeno. Dobbiamo vigilare tutti quanti, sia chi ha figli, sia chi non ne ha, perché l’adolescenza è un periodo incerto, pieno di dubbi, di ansie, di paure. I ragazzi non parlano molto, tendono a tenersi dentro qualsiasi cosa nel timore che noi, gli adulti, non siamo in grado di comprenderli.
Forse, non è sbagliato da parte loro. Perché noi tendiamo a dimenticare di essere stati adolescenti a nostra volta e quindi dobbiamo tornare a essere ricettivi. A capire il loro mondo, anche se oggi tutto ci sembra lontano, soprattutto perché la Rete, ai nostri tempi, non c’era ancora e i pericoli che nasconde sono molteplici.

Non facciamo finta di niente. Cerchiamo di porre attenzione a cosa guardano i nostri figli, in quali regioni del web vanno a infilarsi, di cosa parlano, che comportamenti hanno. Non facciamone una psicosi di massa, ma non lasciamoli soli.

Perché spesso è proprio la solitudine, unita all’incertezza, il deterrente per perderli. E là fuori, nascosti, ci sono dei bastardi pronti ad approfittarne.

9 Commenti

  1. Sono una mamma con un figlio in età ‘rischio’ per questo fenomeno, grazie per aver realizzato questo articolo, molto utile per noi genitori. Ci stiamo informando nel web e attraverso le FF. OO.
    Grazie!

  2. Ho trovato il vostro articolo grazie ai social. lo abbiamo poi letto assieme io, mio marito e i nostri due figli.
    Ne è scaturita una discussione di famiglia, molto interessante, soprattutto per quello che ci domandavano i nostri due figli.
    E’ scritto molto bene e questa sera andremo ad un incontro di genitori qui in municipio da noi dove si parlerà proprio di questo assieme ad alcuni insegnati e agenti della Polizia Postale se non sbaglio.

    Buona sera.

  3. Salve sig. Simone, il mio nome, per questo sito è quello di Gigi e sono un genitore di due figli ora adolescenti.
    Ho letto l’articolo, ben strutturato.
    Le chiedo, perchè secondo Lei di questo fenomeno distorto se ne dovrebbe parlare?

    • Buona sera sig. ‘Gigi’. Grazie di essere qui e di porci questa domanda davvero importante.
      Se ne deve parlare per far conoscere il fenomeno, se ne deve parlare affinchè i genitori lo conoscano e ne conoscano i rischi.
      Oggi stesso una mia cara amica, ignara di tutto mi ha chiamato per domandarmi che cos’era questa storia e le ho spiegato, lei ha tre figli.
      A seguito del nostro colloquio, ha sequestrao i cellulari ai suoi TRE figli e fortunatamente solo in uno, vi era una chat in qui il bimbo parlava con alcuni amichetti di questo fenomeno. Mi chiedo…se lei non imparava da me questa cosa, sarebbe accaduto il peggio? Questo non posso saperlo ma un’informazione capillare e scialba di dettagli raccapriccianti e macabri come nel testo sopra, può essere utile.
      Mi sono anche rivolto ad ‘addetti ai lavori’, io sono solo un piccolo blogger con un opinione personale, giusto per avere un parere professionale e mi hanno ribadito quanto sopra Le ho esposto, tanto mi basta. Ne parli con i suoi figli, senza terrore, ne panico ma ne parli. Affrontare serenamente le situazioni prevenendole è sempre meglio signor Gigi.

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