DSCN8723Pomeriggio nuvoloso, non so cosa fare, sono scarico dal lavoro e la voglia di leggere è pari a zero.
Quindi? Andare a dormire qualche ora? Del resto sarei anche abbastanza stanco e ci starebbe.

Preferisco alzarmi dalla poltrona e andare a prendere il caffè al bar di un’amica, Michela, in via Mazzini.
Facciamo due chiacchiere, è sempre gentile ed è una buona amica.
Il tempo, fuori non accenna a migliorare e quindi resta quella sensazione di indecisione che mi tiene li, sospeso a galleggiare fra il nulla e il niente ma alla fine decido, mi serve una camminata e anche se sono più in la che in qua, saluto l’amica barista e me ne vado verso la Certosa e le mura, deciso a fare una lunga passeggiata rilassante.

Per una volta non voglio pensare a nulla, ai problemi, ai soldi, al cosa mangio stasera, al lavoro e alle rotture di cazzo in genere, voglio staccare la presa, ma sul serio.
Cammino, attraverso alcune vie e piazze della mia città verso settentrione ignorando qualsivoglia essere umano che possa incrociare, tutti intenti con la testa abbassata sul proprio smartphone a comunicare con altra gente con la testa abbassata sul proprio device elettronico, che schifo penso, anche se a volte, io stesso sono uno di quelli.

Cammino e rispondo solo ai messaggi che la mia fidanzata mi manda, unica persona che in quel momento desidero sentire.
Arrivo fino in piazza Ariostea, dove mi riposo pochi minuti su di una panchina per godermi quel timido sole, tiepido ma gradevole dei primi di febbraio. Fa capolino fra quelle nuvole che potrebbero minacciare neve dal loro aspetto compatto e grigio biancastro.

Riprendo il cammino e in pochissimi minuti mi ritrovo in Certosa, l’aria cambia, tutto si ferma e l’energia muta in maniera pazzesca.
A quell’ora non c’è nessuno in giro, sono si e no le 14; perfetto per chi come me cerca pace e distacco, la pace che provo la è paragonabile solo a quella che trovo in cima alle montagne, lontano da qualsiasi distrazione.

DSCN8740La il mio passo rallenta, il respiro si fa profondo, entro in una dimensione diversa e con piede delicato, accedo al mondo di Ade che mi conosce, nutriamo molta stima l’uno verso l’altro.
Passo in rassegna, sotto il Gran Claustro Curvilineo i volti dei trapassati, donne, uomini, bambini ed anziani, raggiungo il gran tempio di Cristoforo, così bello e misterioso, eretto da sapienti mani, chiuso, come molte menti di questa città assopita da secoli in un vortice di torbidi pensieri stagnanti, inutile suicidio.
Accarezzo con una mano la sua facciata mentre continuo verso il secondo Gran Claustro alla ricerca di un signore di oltre novant’anni, amico di infanzia di mio nonno matermo Mario. Luciano era il suo nome ed è andato oltre il giorno seguente all’Epifania, povero, ci vedevamo sempre e ci salutavamo con sorrisi e pacche sulle spalle. Trovo il suo luogo di riposo e prego il mio amico Ade di avere cura della sua anima, poi chiedo a Luciano, di portare i miei saluti a quell’esercito di parenti e amici a me cari, che ora non son più su questo piano dimensionale, soprattuto ai miei nonni materni e a mio fratello Matteo.

Lascio quel posto, continuo a camminare fra lapidi e sepolture pensando che ognuna di quelle persona ha avuto una vita, una storia, delle passioni, degli amori, momenti belli, risate e pianti.
Quanta storia in quel luogo, quante storie! Incredibile pensare che ora non siano più o che magari siano reincarnate nella piccola bambina che avevo visto poche ore prima in piazza.
Passo una signora che seduta sulla tomba, forse di famiglia, parla a suo marito li tumulato, ha gli occhi lucidi dal pianto e la voce rotta dai singhiozzi; lei mi guarda, io la guardo, non mi fermo, le faccio un cenno con la testa e mostro il pugno stretto come per dirle ‘forza!’, mi accenna un sorriso che, ricco di emozione mi trafigge e mi scalda il cuore.

Mi sembra quasi di sentire le voci di chi ha terminato la sua vita. Mi reco a visitare delle zone mai viste di questa grande necropoli cittadina, salgo una scala e si mostra davanti a me una serie di stanze, piene di loculi. Piccole nicchie che custodiscono ossa, quasi tutte datate fra il 1910 ed il 1915, mi chiedo se siano tutte vittime della famosa spagnola che uccise decine di milioni di persone in tutto il mondo.
Lapidi anonime, un nome ed un cognome, un paio di date e per la maggior parte nemmeno una foto; mi chiedo: qualcuno verrà ancora a trovare queste anime? Ma soprattutto, qualcuno ancora si ricorderà di loro o saranno caduti tutti nell’oblio della memoria? Questa cosa sarebbe più triste dello stesso essere morti, il quale, fa parte del ciclo della vita e della reincarnazione, per chi ci crede ovvio.
Il tempo è fermo. La luce fuori cala sempre di più. Sono con il cuore li e fra i miei monti, mi sento così, non capisco il perchè, ma mi sento bene, leggero, sereno, tranquillo in un luogo in cui tante persone non verrebbero per paura di stupide credenze come la sfortuna o il terrore dei morti, del resto li, sono custodite solo le povere spoglie di chi fu, i resti di quelle ‘bio-tute’ che sono i nostri corpi che ospitavano la nostra anima e la nostra coscienza. E’ più che altro un’enorme biblioteca della memoria cittadina.
Quando voglio rilassarmi come oggi, vengo qui, fra i miei morti, fra i miei parenti ed amici che sono andati ‘oltre’ per ricordarmi con più forza di loro e sorridere alle emozioni e ai momenti che abbiamo trascorso assieme e per ricordare di essere stato privilegiato ad avere avuto accanto persone così speciali, nel bene e nel male.

DSCN8754Migliaia di volti che mi osservano dalla proofondità dei loro occhi, Lucrezia, scomparsa da questo mondo nell’anno del Signore 1922, Tancredi invece nel 1912, Aurelio e Lucia nel 1958, stesso giorno, stesso anno, un incidente penso, brutta storia. Ma che ne so poi io se queste sono brutte storie o meno? E se queste anime avessero terminato il loro ‘operato’ su questa terra e fosse giunto davvero il momento di tornare alla ‘base’ per riorganizzarsi? Non potremo mai saperlo stando qui, al massimo lo si potrebbe supporre.
A volte siamo così egoisti a rivolerli con noi, parla uno che in famiglia e fra gli amici ha avuto una strage.
Il silenzio surreale di quei corridoi ti accompagna e ti culla, ti inganna e fa trascorrere il tempo più velocemente anche se, sembra sia tutto immobile e così arriva il tardo pomeriggio e ti accorgi che è ora di andare.
Così verificata l’ora, ho rimesso i piedi in terra e lentamente mi sono avvicinato all’uscita della Certosa, non prima di essere passato davanti a quel tempio del Sole Nero dedicato a Cristoforo, maestoso ed elegante seppur incompleto.
Il rientro in città stona con il mio sato d’animo pacato e silente così mi rifugio nel tragitto in alcune vie minori per evitare il chiasso sonoro ed energetico di questa città.
Ritorno anonimamente verso il mio rifugio domestico, verso le mie quattro mura per trovare di nuovo quella sensazione di accoglienza e pace che avevo lasciato ai cancelli della Certosa, sensazione che solo chi come me conoscendo bene la morte può dire di comprendere bene e in certi lati apprezzare; no, non dico di anelare la morte e il trapasso, non travisate le mie parole, parlo di energie sottili, delle storie delle persone, delle tracce che le loro anime hanno lasciato su questo mondo, come un lungo strascico di un’antico abito rimasto in mezzo alla porta socchiusa dopo aver lasciato la stanza.
Per comprendere la vita è necessario conoscere la morte diceva qualcuno, vero…molto vero. Io sono vivo e lo sono grazie a quello che sento, che capisco e che vivo.

La sera cala e le stelle in cielo mi ricordano di quanto sia bello questo mondo nonostante vi siano un mare di morti che camminano fra di noi e che si spacciano per vivi, ma chi se ne frega, io sono vivo, vivissimo, gli altri…affari loro!

Guarda come precaria e misera è la condizione dell’uomo: ieri embrione, domani mummia o cenere. E dunque questa briciola di tempo che ti è concessa vivila secondo natura e separati dalla vita serenamente, come l’oliva matura che cade benedicendo la terra che l’ha portata su di sè, e rendendo grazie all’albero che l’ha fatta maturare.
– Marco Aurelio –

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