Quando un albero di Natale fa la differenza

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Il tanto discusso albero di Natale dell'artista vetraio di Murano Simone Cenedese
Il tanto discusso albero di Natale dell'artista vetraio di Murano Simone Cenedese
Il tanto discusso albero di Natale dell’artista vetraio di Murano Simone Cenedese

Anche quest’anno sta terminando, non senza difficoltà.

I temi sono tanti, troppi; affrontati spesso in modo troppo sbrigativo e senza una autentica riflessione sulle ripercussioni delle decisioni. Ferrara, come ogni altra città, vive nel suo piccolo in un mondo liquido ed i ferraresi, noi ferraresi, siamo come tutti gli altri essere umani: inquieti, fragili, disorientati.
Che questa città non abbia più punti di riferimento è cronaca: lo scenario economico è un campo di macerie, quello politico è desolante, quello religioso ha, per sua fortuna una immagine in questo Papa, ma Lui è a Roma ed ha già i suoi problemi…
A questo si aggiunge il mondo: sempre più piccolo; sempre più complicato convivere, non parliamo del comprendersi. In tutto questo un albero è davvero poca cosa. O forse no. Un abete è un simbolo antico quanto gli uomini.

L’albero di Natale è l’allegoria del ciclo naturale dell’universo: tutto ciò che vive muore per rinascere (o cedere il passo a nuova vita). Nel fascino antico dell’albero di Natale, ondeggianti al suo profumo, hanno navigato i sogni e le speranze di bambini di ogni età.
Questo è per me il significato dell’albero, più unificante anche del Presepe, a cui per altro non rinuncerei: non esiste popolo, di qualsivoglia credo, cultura, tradizione, che non riconosca all’albero di Natale il potere magico del donare serenità, riunire, sapersi ascoltare. Proprio in questo Natale, per troppi motivi turbato, questa città avrebbe avuto bisogno di maggior attenzione ai simboli.

Che importa, dicono, se un albero è sostituito da altri oggetti? A me importa, perchè da come si prepara il Natale di una comunità (questo siamo) si evince come ci e si percepiscono quelli che attuano queste scelte. Si capisce, cioè, se siamo amministrati o guidati e, soprattutto, se chi è chiamato a ciò abbia la capacità di guardare negli occhi, ascoltare e sentire, guardare e vedere.
Come pure ritengo ingiusto accusare chi critica di assenza di modernità e provincialismo. Una cosa è la modernità, altra il modernismo. La prima implica intelligenza, sensibilità, saper vivere e capire il tempo moderno in cui si vive; la seconda è lo spregio di tutto ciò che non collima con la propria unica visione di ciò che si ritiene moderno. Tra modernità e modernismo c’è la stessa incolmabile distanza che c’è tra fotografare e scattare foto: ed è una distanza di anima.

Per questo mi sono sentita mortificata nel veder sostituire dalla Nostra piazza un simbolo autentico del Natale con un gelido prodotto prefabbricato. Un opera d’arte? Persino Michelangelo, che della Natura cercò di riprodurre la perfezione (e quasi ci riuscì) fu consapevole che nulla poteva eguagliarla.
La Natura, l’essenza divina che tutti i popoli riconoscono, con il suo abete ci offriva in dono la sua pace e la sua serenità. E le speranze di ognuno potevano trovare un piccolo angolo su di un suo ramo. In tutta la vicenda la mia tristezza maggiore è una sola: è mancata la sensibilità verso le emozioni e si è pensato solo allo spettacolo. Se spettacolo può essere.
E di tale mancanza qualcuno dovrebbe, almeno, chiedere scusa.

Buon Natale alla mia città

Articolo di Laura Baglioni ( Per gentile concessione di Hack the Matrix )

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