Premessa.

Cosa non va nel Bel Paese? Parecchie cose.

Tra le tante che funzionano a singhiozzo, o addirittura funzionano male, c’è la Sanità Pubblica. Se abbiamo da una parte una percentuale altissima di personale qualificato e di enorme competenza, dall’altra paghiamo lo scotto con una burocrazia farraginosa, fatta di regole spesso al limite dell’assurdo (basta pensare ai tempi di attesa per visite o esami diagnostici) e parecchie strutture vecchie, decadenti, inadeguate o nuove ma dalle curiose logiche progettuali.

Tanto per cominciare (seguiranno altri articoli sull’argomento Sanità) e sicuro di andarmi a gettare in un ginepraio, voglio parlare del nuovo polo ospedaliero Sant’Anna di Cona (frazione di Ferrara).

I numeri e le informazioni di questo articolo sono andato a cercarmele in rete (fonti Il Fatto Quotidiano, La Nuova Ferrara, Estense.com. Wikipedia, ospfe.it e altri). Se volete fare lo stesso e verificare quanto leggerete in seguito, prego, ne sarò ben contento. Voi un po’ meno.

Per realizzare quest’immensità quantomeno bizzarra, soprattutto per la logistica interna, sono serviti ventuno anni (21). Roba da matti se consideriamo le attuali tecniche di costruzione e la tecnologia di cui disponiamo. E poi c’è il denaro speso: cinquecento milioni di Euro (500 000 000). Probabilmente ne servono meno per andare su Marte e tornare in tempo per la cena…

Nota: alcune fonti giornalistiche dicono che la spesa è risultata quasi decuplicata rispetto ai preventivi originali per via delle lungaggini burocratiche, dei processi e di tante altre cose, ma tralasciamo per amor di decenza di elencare le vicende legate agli appalti truccati, alle truffe, alle bustarelle, alle indagini su “chi ha fregato chi, dove, come e chi ha omesso cosa”, senza contare gli abusi d’ufficio e chissà cos’altro, ma concentriamoci sull’utilità della struttura e della sua dislocazione rispetto alla città.

Nelle foto una porzione degli ingressi e del viale davanti all’ospedale.

Dove si trova e come raggiungerlo.

L’Ospedale di Cona è raggiungibile in auto dalla via Comacchio, dalla via Pomposa (di seguito via Palmirano) e dalla superstrada Ferrara-Mare. In chilometraggio, facendo una media tra le scelte possibili, si tratta di circa 10/11 km, ma considerando il traffico che una piccola città come Ferrara è capace di mettere su strada, per raggiungerlo in parecchi orari “topici” ti servono non meno di venti minuti.

Se stai male o hai una emergenza fai in tempo a tirare le cuoia; se devi andare a trovare un parente, è meglio se parti con mezz’ora abbondante di anticipo; se si verifica qualche tipo di evento meteorologico appena sopra la media (tipo un bel temporale) puoi star sicuro che ti serviranno trenta minuti di bestemmie e insulti.

Sì, certo, puoi darti una mossa in macchina, ma con la pioggia se sulla superstrada rischi di sbriciolare il semi asse o di volare fuori carreggiata grazie a una asfaltatura indegna, sulle due vie sopracitate la viabilità a due corsie ti costringe a non superare i 40 km/h, bene che vada.

Per non parlare dei mezzi pubblici: in autobus è un vero girone dantesco, in termini di tempo, senza contare che oltre un certo orario serale (circa le 21,30) non c’è modo di tornare a casa: o dormi lì, o te la fai a piedi oppure ti affidi a un taxi.

Nota: il costo di una corsa in taxi da e per l’ospedale non ti costa meno di 20 Euro (te lo spacciano per 18 Euro sul sito www.ospfe.it, ma è una cazzata e io l’ho verificato).

Poi c’è il treno o, com’era stata chiamata, la Metropolitana di Superficie.

Io non ho ancora verificato personalmente, ma ad oggi e seguendo le informazioni date anche dai quotidiani questa linea ferroviaria sarebbe ancora un fantasma.

Quindi, considerando la dislocazione del vecchio ospedale (in piena città), la logica di questo spostamento del blocco ospedaliero sfugge alla mente di chiunque. Non compresi quelli che qualcosa ci devono aver guadagnato, chiaro no?

Vogliamo parlare delle ambulanze? Quando devono correre perché in stato di emergenza e sono costrette a percorrere la via Comacchio o la via Pomposa possono suonare le sirene quanto vogliono, ma il traffico delle auto non si può far sparire improvvisamente e io ho visto di persona le manovre in pieno stile hollywoodiano degli autisti del 118 e anche di altri, come me, che cercavano di “togliersi dalle balle”, per dirla con un francesismo.

Pertanto, anche per questo risulta ovvio che la scelta di spostare l’ospedale fuori dalla città, con queste vie di accesso, non è stata tra le più sensate che le amministrazioni ferraresi abbiano preso.

I posti letto e lo spazio “a perdere”.

Altro aspetto al limite dell’assurdo è la capacità di accoglienza riservata ai degenti.

Tra il “vecchio” e il “nuovo” ospedale c’è una differenza di circa cinquecento (500) posti letto. Un paradosso se si pensa alla grandezza del nuovo polo ospedaliero: il vecchio S.Anna possedeva circa milletrecento (1300) posti, mentre il nuovo supera di poco le settecento (700) unità.

Considerando la cifra pantagruelica spesa per realizzarlo (500 milioni di euro, ribadisco), non serve un fenomeno per capire che con la metà secca si poteva ristrutturare il vecchio ospedale rendendolo un gioiello vivibile, organizzato e super-tecnologico. Con quali strumenti mi permetto una simile affermazione? Con quelli del buon senso, mi sembra lapalissiano.

Innanzitutto c’è il discorso delle dimensioni.

L’ospedale di Cona è qualcosa di mostruoso.

Salta all’occhio immediatamente l’immensità degli spazi interni completamente inutilizzati. A che pro avere circa 500 posti letto in meno a fronte di un’area (ingresso 1) enorme senza nessuna, e sottolineo nessuna, ovvia utilità? È un ospedale o un centro benessere?

 

Nelle foto una porzione degli ingressi e del viale davanti all’ospedale. La struttura futuristica visibile nella foto di sinistra è l’area ristoro.

 

La scala mobile dell’ingresso 1 vista da altra prospettiva.
La scala mobile dell’ingresso 1 vista da altra prospettiva.

Qualcuno potrà dire che il vecchio e obsoleto S.Anna aveva corridoi stretti, molti reparti piccoli e stanzoni immensi a sei o otto letti, ma se il cambio doveva avvenire per ottenere corridoi immensi, aree interne giganti e senza scopo, strutture di collegamento (snodi) grandi come miniappartamenti per una riduzione astronomica di posti per i degenti…dov’è il senso?

Certo, bello è bello, anzi, bellissimo, ma la funzionalità e la logica di realizzazione dove sono?

Nella foto a sinistra una delle tantissime aree senza nessuna funzione. Notare la grandezza dell’estintore per avere un’idea delle dimensioni. Nella foto a destra una delle tantissime “piazze” interne: incroci tra corridoi e reparti.
Nella foto a sinistra una delle tantissime aree senza nessuna funzione. Notare la grandezza dell’estintore per avere un’idea delle dimensioni. Nella foto a destra una delle tantissime “piazze” interne: incroci tra corridoi e reparti.

 

Nelle due foto altre aree (piazze) realmente gigantesche e senza nessuna utilità.
Nelle due foto altre aree (piazze) realmente gigantesche e senza nessuna utilità.

 

Più ci si aggira tra le aree di questa mega-costruzione più si ha l’impressione che forse dovesse solamente soddisfare l’ego represso di chi l’ha progettata perché, di fatto, tutto manca di senso pratico.

Nella logica commerciale del nostro bel mondo schiavizzato dal capitalistico principio per cui ci devi sempre e solo guadagnare, le città sono state trasformate in alveari di mono e bi locali, mini appartamenti, mono stanze soppalcate. Tutto per ottimizzare spazi, infilarci più gente e avere maggiori introiti. Per l’ospedale di Cona si è usato il metro opposto.

La struttura non è solo dispersiva, ma assurda. Lo sfruttamento dello spazio necessario è completamente perso nel nulla.

Un esempio: il reparto degenze della Medicina Interna Universitaria consta di 23 camere a due letti, per un totale di 46 posti. Attorno a questo reparto c’è talmente tanto spazio inutile che la mia mente scevra da ogni tipo di studio progettuale ha subito dedotto che potevano starci tranquillamente almeno altre cinque o sei stanze, senza rendere l’area claustrofobica per degenti e parenti. Sono un fenomeno io oppure ho completamente travisato l’idea alla base di questa progettazione? Attendo suggerimenti.

La segnaletica interna.

Come ogni ospedale, anche quello di Cona ha tantissimi reparti, laboratori, ambulatori, sale operatorie, aree comuni, aree di ristoro e via dicendo. Ci sono due ingressi principali. Uno, come ho detto, che sembra quello di un centro benessere di lusso, l’altro invece dà l’impressione di essere stato pensato in un secondo momento, quando i soldini ormai erano finiti: di dimensioni umane, spoglio e privo di vivaci picchi architettonici futuristici.

Da entrambi gli ingressi, per dirigersi in qualsiasi punto dell’ospedale, ci si deve affidare a un tipo di segnaletica che ti aspetti di trovare al Cern di Ginevra o al Kennedy Space Center (o in una base spaziale cinematografica).

(Fonte – La Nuova Ferrara) Visitatori davanti al pannello dell’Ingresso 2. Stanno leggendo l’elenco dei reparti e corrispondente dislocazione con codice. Altre indicazioni? No.
(Fonte – La Nuova Ferrara) Visitatori davanti al pannello dell’Ingresso 2.
Stanno leggendo l’elenco dei reparti e corrispondente dislocazione con
codice. Altre indicazioni? No.

Ogni reparto e servizio è identificato da un codice composto da numero-lettera-numero (settore-corpo-piano). Quindi, se devi andare dal Centro Prelievi alla Degenza Cardiologica devi sapere che vai dal 1E0 al 2C3 (dal settore 1 corpo E piano terra al settore 2 corpo C terzo piano).

Hai a disposizione scale e ascensori che, però, se non stai molto attento, ti fanno percorrere centinaia di metri inutilmente. E c’è anche da considerare che diversi ascensori del primo piano, in alcuni settori, non ti portano a piano terra.

La domanda sorge ovvia: non c’era proprio nessun altro modo di organizzare la segnaletica così che non fosse necessario studiarsi prima la planimetria?

Dico, avete presente la percentuale di anziani sul territorio? Ora, immaginatevi questi poveri malcapitati girare come anime perse alla ricerca di quel reparto o di quell’ambulatorio.

«È una questione di comodità e con un po’ di pratica ci si orienta benissimo». Sostiene una burlona che lavora nell’azienda. Comodità per chi? E, poi, pratica? Ma non è che uno ci debba stare per forza qualche settimana per imparare a girare la struttura! Personalmente se non vado all’ospedale sono ben contento! Cos’è, dobbiamo organizzare dei tour informativi?

La questione della segnaletica è stata per me una vera e propria sorpresa. Negativa. La prima volta che sono entrato mi sono sentito dentro a un film di fantascienza.

Abituato da sempre, purtroppo, a girar per ospedali (non solo Ferrara, ma Bologna, Catania, Aosta, Milano, Torino e relative strutture nelle province) ero ancorato al concetto di segnaletica interna classica: ingresso con pannelli a muro dove si indicavano i reparti disposti per i piani e relative frecce di indicazione; corridoi con pannelli informativi e segnalazioni dei distinti reparti bene in vista.

A Cona? Neanche a parlarne. Numero-lettera-numero e buona fortuna.

Sia al giga-mega ingresso 1 che allo “spartano” ingresso 2 ci sono cartelloni a muro con gli elenchi di tutti i reparti (no, tutti no. Manca quella dell’oculistica ambulatoriale del 3C0…) e relativi codici. Ma, sorpresa! Mancano le indicazioni degli Snodi! Eh già, ci sono anche gli Snodi. Cosa sono? Bella domanda. Me l’ero posta anche io.

Gli Snodi sono quelle aree enormi di cui parlavo prima dove, se non sai esattamente dove andare, ti perdi nel nulla. Collegano corridoi ad altri corridoi, per andare da un reparto all’altro, senza che esista un sistema di orientamento che dia senso a questa parola (orientamento, of course).

Spazi, spazi e ancora spazi. Senza logica pratica. Immensi corridoi, snodi, piazzole.
Spazi, spazi e ancora spazi. Senza logica pratica. Immensi corridoi, snodi, piazzole.

I servizi e il personale.

Funziona qualcosa in quest’ospedale? Sì, fortunatamente sì. Anzi, possiamo dire che è proprio questo il punto di merito, ma è dovuto al personale, non alla struttura.

La burocrazia ospedaliera è come sempre spinosa e invereconda, ma questo non dipende dal personale amministrativo e medico, ma dalla solita logica non sense tipica della nostra penisola.

Quando ci si reca alle accettazioni dei vari reparti e ambulatori non è colpa del personale se mancano le strutture per evitare le file interminabili (avete presente i numerini che si strappano dalle apposite colonnine? Ecco, cercatele…), così come non si possono addebitare agli operatori le mancanze dovute al non aggiornamento di alcune pratiche. Si arriva con una domanda “non prevista” e si deve attendere che chi si trova dietro al banco riesca a trovare la risposta giusta sul terminale. Però, nella maggior parte dei casi, ce la fanno e riescono a dare risposte e portare a compimento il servizio all’utente.

Come ho detto, i servizi ci sono. Non sono rapidissimi, certo, ma ci sono. E se non sono veloci il motivo è da ricercare nella mancanza di personale, non nell’incapacità dello stesso. Del resto i tagli alla Sanità sono continui e non è difficile ascoltare lamentele da parte di medici, infermieri, operatori socio sanitari che fanno turni massacranti perché «siamo solo noi».

Io ho toccato con mano la professionalità di queste persone. Nei reparti, negli ambulatori. La cosa che più mi ha colpito è stata l’assistenza che non fanno mai mancare agli utenti e ai degenti. E quando qualcosa non va nel verso giusto e ci si lamenta, loro cercano di riparare senza battere ciglio.

Certo, potrà capitare che qualche medico, infermiere, OSS non sia abbastanza cortese o disponibile, ma se succede si tratta comunque di rare eccezioni.

In altre strutture della città ho riscontrato una professionalità molto più scarsa quindi, se devo dire che qualcosa funziona in questo labirinto di cemento e cartongesso, quello è il personale.

(Fonte – La Nuova Ferrara) Una porzione delle sale di attesa del Pronto Soccorso.
(Fonte – La Nuova Ferrara)
Una porzione delle sale di attesa del Pronto Soccorso.

Il pronto soccorso.

È un capitolo a parte, delicato e anche fastidioso.

Il servizio del 118, ammettiamolo, fa i miracoli con niente.

Come in ogni maledetto ospedale d’Italia (se avete notizie diverse aspetto di sentirle) le attese al Pronto Soccorso sono lunghissime.

Cona, purtroppo, si fa carico di un territorio vastissimo e pur avendo distribuito in città delle zone di Pronto Intervento (per non far partire tutte le ambulanze dall’ospedale) ancora una volta paga lo scotto dei tagli alla Sanità.

Quando si arriva viene applicato un codice-colore relativo all’urgenza e ci si mette l’animo in pace: se sei un codice verde aspetti, bene che vada, non meno di tre ore.

Ho avuto la sfortuna di andarci più volte in un mese e ho visto quasi sempre le stesse facce: operatori, infermieri, medici. Sono pochi e i tempi si allungano a dismisura in giornate topiche (che non sono poche) quando il Pronto Soccorso è pieno fino all’inverosimile.

E mi ripeto: questa gente va ringraziata e encomiata per l’assistenza che da continuamente. Non possono essere in tre posti diversi contemporaneamente, ma arrivano appena possono.

Altro discorso vale per gli ambulatori di visita. Mi è capitato di essere lì in una giornata dove c’era realmente “l’inferno”: pieno di gente e ambulanze che andavano e venivano di continuo. E gli ambulatori disponibili erano soltanto due. Cosa si può pretendere? La colpa non è loro, ma di chi toglie stanziamenti (il governo e le amministrazioni comunali e regionali).

(Fonte – La Nuova Ferrara) Notare dove gli utenti sono costretti a parcheggiare.
(Fonte – La Nuova Ferrara) Notare dove gli utenti sono costretti a parcheggiare.

I parcheggi.

Questa è una nota dolente quanto un dente cariato.

Il fenomeno che ha progettato l’area parcheggi non ha considerato la miriade di persone che si riversano qui, soprattutto al mattino e nel primo pomeriggio. Parenti dei degenti, utenti per visite ed esami, personale. Ci sono momenti in cui si notano auto parcheggiate persino in prossimità delle rotonde, fuori dalle aree adibite alle auto. Sì, certo, il parcheggio è gratuito per ora, ma c’è un’altra zona che non è ancora stata aperta e che a pagamento lo sarà di sicuro.

Non sarebbe uno scandalo: in molte città del nord i parcheggi degli ospedali non sono gratis, ma il problema è quanto costerà (euro all’ora) e se pur aprendo la nuova area i posti basteranno.

In più, ma ormai lo avete capito che la parola “logica” non si può applicare a questa struttura, c’è da dire che la segnaletica e la viabilità per e nei parcheggi è assolutamente Senza Senso.

Provare per credere.

Conclusione.

Vi ho fatto un quadro snello e rapido delle problematiche legate al nuovo polo ospedaliero di Ferrara. Non mi sono soffermato sulle carenze strutturali e tecniche presenti e che sono oggetto ancora di discussione, senza contare (come detto all’inizio) tutte le vicende legali sorte durante e dopo l’avvio operativo della struttura. Ci tornerò in seguito, con un altro articolo (forse due).

Rimane il fatto, incontrovertibile, che questo progetto ha delle falle immense.

Chi lo ha progettato aveva le pigne nel cervello, poco ma sicuro, e chi lo ha pensato dovrebbe essere portato davanti a una commissione di cittadini per spiegare il motivo che ha spinto a non considerare di rimettere a nuovo il vecchio e caro ospedale di Corso Giovecca.

Ribadisco: secondo me si poteva ristrutturare con la metà della cifra spesa per quello di Cona, con buona pace dei Super Esperti Del Settore (abbiamo visto…).

Ora, però, ce lo dobbiamo tenere e ce lo dobbiamo pure far piacere.

Che spettacolo…

di Rolando Cimicchi
FONTE: HACK THE MATRIX

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